Donald Trump vuole (voleva) un accordo immediato sull’Ucraina a scapito di qualsiasi profondità, Vladimir Putin cerca esattamente l’opposto. Non è ancora il momento di Budapest.
Seimilaseicentoquarantott’ore, anziché ventiquattro. O se preferite duecentosettantasette giorni, invece di uno. Più scorre il tempo dal suo insediamento alla Casa Bianca, più la famigerata boutade di Donald Trump – che prometteva di risolvere il conflitto ucraino nello spazio di un solo giorno – diventa oggetto di meme e stroncature. Epilogo meritato, data la completa sottovalutazione da parte del presidente americano della guerra in atto, trattata come poco più che un bisticcio tra vicini sfuggito di mano. La sola idea di affidare il dossier a Steve Witkoff, immobiliarista privo di esperienza diplomatica, dà la misura dell’improvvisazione statunitense – ancor più delle gaffe di Trump, convinto dell’equivalenza tra l’estensione del Texas e della Crimea.
E tuttavia, se siamo ancora qui a parlare dei nodi di una guerra che si avvia a compiere il suo quarto anno, non è soltanto per l’assenza di un mediatore all’altezza del proprio ruolo. Bensì per l’oggettiva difficoltà, per non chiamarla impossibilità, di trovare un compromesso tra due posizioni inconciliabili. Più si va avanti, più qualsiasi forma di concessione – a fronte degli enormi investimenti umani, finanziari, politici – appare insostenibile agli occhi dei russi e degli ucraini. Il compito della mediazione statunitense è dunque tutt’altro che semplice, e non è un caso se prima di Washington hanno fallito in questo senso anche turchi, israeliani e cinesi (tra gli altri), a vario titolo interessati a una ricomposizione tra le parti.
Di certo l’ambiguità americana non aiuta. La pretesa di ricoprire il ruolo di pacieri dopo essere stati parte attiva nel conflitto mina la credibilità del processo quasi quanto l’inesperienza diplomatica dei suoi interpreti. Tanto che in Russia i siloviki e i vertici degli apparati politici sono apparsi fin da subito divisi sul punto, ovvero sulla fiducia da concedere all’iniziativa di Washington – al di là delle speranze o delle simpatie accordate a Donald Trump. La geopolitica prevale sulle ideologie, e soprattutto sulla volontà dei singoli.
Ma a frustrare la possibilità di un accordo è ancora un altro elemento, questo sì dirimente: la distanza tra le visioni di fondo dei russi e degli statunitensi. Senza altri giri di parole: i primi cercano un accordo definitivo della questione ucraina, ai secondi basta una sua stabilizzazione temporanea. E ciò al netto delle contrapposte ambizioni, naturalmente volte all’ottenimento della massima potenza per il proprio Paese.
La temporaneità degli obiettivi americani non è legata solo alla volubilità personale di Trump, ma a una strategia in costante evoluzione verso la Cina. Washington vuole davvero chiudere in Ucraina, ma non chiudere davvero. Nel senso che percepisce l’urgenza di una saldatura ancorché provvisoria di quel fronte, non quella di una ricomposizione definitiva in Europa orientale. Che tra le altre cose rischierebbe di spegnere sul più bello gli ardori bellicisti europei, dopo tanto impegno profuso nell’attizzarli. L’obiettivo statunitense non è quello di riportare al proprio rango la Russia, ma di convincerla – con leve che a Washington paiono irrinunciabili – a prendere parte al contenimento di Pechino, prima che sia troppo tardi.
Il recupero del rapporto con Mosca è dunque visto dagli strateghi americani come uno strumento, nella più ampia sfida con la Cina, non come un traguardo fine a sé stesso. Allo stesso modo la “pace” in Ucraina, i cui termini territoriali – dipendessero solo dalla Casa Bianca – potrebbero pure essere soggetti a una certa flessibilità.
Niente di più lontano dalle sensibilità russe. Se è vero che la disponibilità statunitense – nel dialogare con Putin, come già dimostrato in Alaska, e nel concedergli insperati spazi in Ucraina – è vista con molto favore a Mosca, è anche vero che qui si parla una lingua molto diversa. Per la Russia un oblast’ ucraino non vale l’altro. Non solo perché ogni chilometro quadrato è strappato a Kiev a un costo umano e materiale altissimo, ma per il valore incomparabilmente diverso che Kharkiv, Odessa o Kherson assumono nella strategia e nella simbologia storica dei russi. Cose che non solo Trump, ma nemmeno i più raffinati analisti statunitensi possono appieno comprendere.
Da qui le opposte prospettive temporali, peraltro affini ai rispettivi spiriti nazionali. Ciò che per gli Stati Uniti è un momentaneo elemento di disturbo, per la Russia è la guerra della vita, il coronamento o la catastrofe della prima metà del XXI secolo. Oltre che la resa dei conti con la mai digerita fine dell’Unione Sovietica. Come Putin, Trump ama parlare di soluzioni di lungo termine – per la Palestina si è spinto pure a sostenere di aver risolto una disputa lunga “3000 anni” – ma per mera enfasi retorica. Inconsistente sul piano storico. Lungi dal confrontare le rispettive preparazioni in tale campo, occorre però interrogarsi sulla volontà dei due leader di incidere su un futuro non solo prossimo.
Beninteso, la lunghezza di una prospettiva non è necessariamente sinonimo di saggezza, né può assicurare il successo di una determinata azione. La stessa guerra in Ucraina, che oggi sappiamo essere nata come un’operazione di regime change (subito in quanto tale fallita), dimostra che gli errori di valutazione sono sempre dietro l’angolo, anche per chi crede di potersi avvalere di una visione più ampia degli altri.
Ma al di là di questo, possiamo affermare con certezza che la differente profondità dell’impegno in Ucraina – con gli Stati Uniti che possono permettersi una politica ondivaga, e la Russia invece “costretta” a rischiare un all-in – mina le basi elementari di una comprensione reciproca sulla questione, così come su tutto il resto. La speranza di Mosca di vedersi riconosciuta come “pari” è destinata a infrangersi sulla scarsa considerazione che gli americani mantengono di tutti gli attori eurasiatici, esclusa (forse) soltanto la Cina.
Una tregua a Kiev potrà di certo essere raggiunta, a un prezzo più o meno alto. Persino in tempi relativamente brevi, anche se l’incontro previsto a Budapest è apparentemente sfumato. Ma difficilmente una mera cessazione delle ostilità potrà essere riconosciuta come una soluzione definitiva, qualcosa che riappacifichi la Russia e l’Europa (non solo l’Ucraina). Prospettiva remota persino nelle più rosee speranze di “pace” di Mosca. In questo senso, e paradossalmente, la miopia statunitense è forse più lungimirante dell’ossessione per la storia del Cremlino, che nello spingersi troppo in avanti ha finito per perdere qualche contatto con l’attuale realtà.





