Coi bombardamenti alle infrastrutture energetiche ucraine Mosca intende fiaccare la resistenza degli avversari e far deragliare la loro ripresa economica, in attesa di svolte sui negoziati che al momento sembrano arenati.
La dimensione energetica è tornata al centro della strategia russa in Ucraina. La Missione di Monitoraggio delle Nazioni Unite in Ucraina (HRMMU) segnala attacchi quasi quotidiani contro il sistema energetico, tra le quali cinque operazioni su larga scala che hanno colpito simultaneamente almeno 17 regioni, inclusa la città di Kiev. In pieno inverno, con temperature quasi costantemente sotto lo zero, per milioni di persone l’accesso all’elettricità si è ridotto a poche ore al giorno, e le interruzioni hanno inevitabilmente compromesso riscaldamenti e approvvigionamenti idrici, soprattutto nei quartieri residenziali. Questa combinazione di intensità e ripetizione degli attacchi indica una logica coercitiva: l’energia viene usata come leva per abbattere il morale della popolazione, aumentare i costi economici e mettere sotto stress la capacità di gestione dello Stato e delle amministrazioni locali.
Questo inverno l’offensiva russa alla rete elettrica ucraina pare caratterizzata da un cambiamento nel ritmo più che negli obiettivi. Le sequenze di “picchi” isolati degli anni precedenti hanno ceduto il posto a una pressione più densa e ripetuta, con attacchi che insistono sugli stessi punti mentre il sistema prova a riparare e a adattarsi. Le offensive sembrano seguire una logica geografica: inizialmente orientate soprattutto all’ovest del Paese, si sono poi concentrate su Kiev e la sua regione. A febbraio, Reuters ha riportato un altro elemento caratteristico di questa fase: ondate di attacchi su scala nazionale, capaci di colpire simultaneamente molte aree, con effetti immediati sulla distribuzione di elettricità e riscaldamento. Alcuni di questi attacchi hanno coinciso con momenti politicamente sensibili, aumentando la pressione sulle infrastrutture civili. In sintesi, la novità di questa fase non risiede tanto nell’intensità di ciascun attacco quanto nella combinazione di grandi ondate e disturbi continui, che rendono sempre più difficile consolidare le riparazioni e ripristinare una routine stabile nel sistema elettrico ucraino.
L’obiettivo strategico che emerge da questa fase sembra essere l’utilizzo dell’energia come strumento di coercizione. Colpire elettricità, riscaldamento e servizi correlati in pieno inverno incide direttamente sulle condizioni minime di vita e, di riflesso, sulla capacità di tenuta delle comunità. La HRMMU rileva che le interruzioni prolungate hanno effetti concreti su diritti e servizi essenziali, dalla sanità all’istruzione, e identifica una vulnerabilità maggiore nei contesti urbani con sistemi di riscaldamento centralizzato. Questo logoramento sociale si traduce rapidamente in pressione amministrativa e rischio di nuovi spostamenti. Si stima che oltre 325.000 rientrati potrebbero essere costretti a lasciare di nuovo le proprie case nei prossimi mesi, in un Paese che ospita ancora 3,7 milioni di sfollati interni.
Le interruzioni energetiche non rappresentano un disagio episodico, ma un fattore che incide su decisioni familiari, sostenibilità dei ritorni e tenuta delle comunità locali. La dimensione sociale, inoltre, si accompagna sempre più spesso a quella economica: ogni ciclo di blackout comporta costi aggiuntivi, deviazione di risorse verso emergenze e riparazioni, e maggiore dipendenza da supporti esterni, trasformando il tempo in un fattore di erosione finanziaria. A livello politico, attacchi ripetuti e distribuiti su più regioni incidono sulla vita civile anche quando il fronte terrestre rimane relativamente stabile. In questo senso, “lasciare al buio” assume la valenza di una pressione strategica, più che di un effetto accessorio.
L’inverno rappresenta un contesto particolarmente favorevole per sfruttare la leva energetica, poiché le condizioni stagionali amplificano l’impatto di ogni attacco e ne accentuano immediatamente la dimensione politica. Con temperature sottozero per settimane, l’energia cessa di essere un tema settoriale e diventa una condizione di base per la continuità di servizi e attività quotidiane. La stagionalità accelera gli effetti delle interruzioni e riduce i margini di assorbimento: anche blackout di breve durata producono conseguenze immediate su riscaldamento, acqua, sanità, istruzione e trasporti urbani. Questo si traduce rapidamente in un problema di governance: non è solo la vita domestica a complicarsi, ma anche la gestione ordinaria delle città, che richiede la coordinazione tra punti di supporto, la definizione di priorità nella fornitura dei servizi, la comunicazione pubblica e l’assistenza ai gruppi più vulnerabili, spesso in contesti caratterizzati da scarsa connettività.
È qui che entra in gioco la dimensione della guerra di risorse. Ogni giorno di instabilità energetica consuma capacità amministrativa e denaro, genera ritardi, orienta investimenti e, soprattutto, obbliga a compensare i deficit con misure straordinarie. Un secondo monitoraggio di DiXi Group collega direttamente questa fase all’aumento della dipendenza ucraina da importazioni di elettricità dall’Europa, segnalando un record di import a dicembre 2025 e un rafforzamento delle capacità di interconnessione a gennaio. In parallelo, decisioni come lo stop alle esportazioni di gas per il 2026 indicano un approccio difensivo: trattenere risorse interne, proteggere la stagione del riscaldamento, ridurre la vulnerabilità. Il conflitto energetico produce costi cumulativi, non solo per Kiev ma anche per i partner europei, perché ogni supporto tecnico, finanziario e logistico necessario a “tenere acceso” il Paese diventa parte della partita strategica.
Questo inverno risulta più leggibile il messaggio politico, che si innesta su un sistema con una storia lunga. Il report Brookings insiste su un elemento spesso sottovalutato: la conoscenza profonda che Mosca ha dell’architettura energetica ucraina, progettata in epoca sovietica e pensata allora come sistema sovradimensionato e ridondante. Colpire queste infrastrutture significa quindi agire su un “nervo” strategico che la Russia conosce da decenni, e farlo in inverno significa rendere immediatamente visibile il costo di quella scelta alla popolazione. Inoltre, la tempistica offre un valore aggiunto: attacchi su vasta scala alla rete prima di un nuovo round di colloqui dimostrano come la capacità di colpire in profondità accompagni, e in parte condizioni, la dimensione negoziale. L’intensificazione degli attacchi può dunque essere letta come un segnale chiaro: la guerra rimane strutturalmente destabilizzante, e può alzare il prezzo della stabilità anche quando il fronte terrestre resta relativamente stabile. In questo senso, l’attuale inverno non è solo una stagione difficile, ma un contesto che rende la coercizione energetica più efficace, più visibile e politicamente più incisiva.
Virginia Gatto





