La crisi groenlandese ha trasformato l’Artico da teatro di rivalità latente a oggetto esplicito di competizione. Per il Cremlino, questa è una complicazione che nessun accordo può risolvere facilmente.
Quando a gennaio Donald Trump ha rilanciato con rinnovata insistenza le proprie ambizioni sulla Groenlandia, la reazione ufficiale del Cremlino si è limitata a sottolineare che l’isola è territorio del Regno di Danimarca e che il diritto internazionale non ammette deroghe. Posizione ribadita dal portavoce del presidente, Dmitrij Peskov, e, con toni più coloriti, da Marija Zakharova. Una risposta prudente, che non impegna Mosca su scenari futuri e non chiude nessuna porta.
Dietro questa compostezza di facciata, tuttavia, la questione groenlandese tocca interessi russi tutt’altro che marginali. La Groenlandia si trova all’imbocco occidentale di quello spazio in cui si intrecciano la Northern Sea Route, il GIUK Gap e la proiezione atlantica della flotta russa, tre dossier sui quali Mosca lavora da decenni, indipendentemente da ciò che accade negli Stati Uniti o in Ucraina. Non è quindi la sovranità sull’isola a preoccupare il Cremlino, quanto piuttosto quello che la crisi sta producendo attorno a essa: una rinnovata attenzione verso la regione e un’accelerazione della presenza militare NATO nell’Artico. La crisi ha infatti innescato una risposta inaspettata, che va al di là dello scontro bilaterale tra Copenaghen e Washington. L’11 febbraio, alla vigilia della riunione dei ministri della Difesa NATO a Bruxelles, il Segretario Generale Mark Rutte ha annunciato il lancio di Arctic Sentry.
Arctic Sentry nasce formalmente come missione NATO, guidata dal Joint Force Command Norfolk, la cui area di responsabilità è stata recentemente estesa fino a includere Danimarca, Finlandia e Svezia. Gli Stati Uniti ne fanno parte a pieno titolo. La sua origine politica, però, è prevalentemente europea. La missione è stata promossa attivamente dal Regno Unito e accolta con entusiasmo dai Paesi nordici, ed è stata costruita con l’obiettivo dichiarato di dimostrare a Washington che gli alleati europei “da soli” sono in grado di farsi carico della sicurezza artica, privando quindi Trump della sua principale giustificazione per una conquista diretta dell’isola. Il terreno era stato preparato già a Davos, a gennaio, dove Trump e Rutte avevano concordato che l’Alleanza dovesse assumere maggiori responsabilità per la difesa della regione artica.
Il risultato, per Mosca, è che la crisi groenlandese, nata come litigio interno all’Alleanza atlantica, si sta traducendo in una presenza militare più strutturata e coordinata dei rivali nel Grande Nord. Una prospettiva tutt’altro che gradita al Cremlino. La risposta di Mosca non si è fatta attendere. Il Ministero degli Esteri russo ha definito Arctic Sentry un’ulteriore “provocazione” da parte dei Paesi atlantici, accusandoli di voler imporre le proprie regole in una regione che considera parte del proprio spazio di sicurezza. Il viceministro degli Esteri Aleksandr Gruško è andato oltre, sostenendo che l’architettura di cooperazione artica costruita in decenni viene smantellata con il pretesto di “demonizzare la Russia”, proprio nel momento in cui la regione avrebbe più bisogno di dialogo che di deterrenza.

Non è la prima volta che il Cremlino reagisce in questi termini a un rafforzamento atlantico ai propri confini. La novità, però, è il contesto: a differenza del Baltico o del fianco orientale, nell’Artico la Russia si percepisce ancora in una posizione di vantaggio strutturale (la flotta di rompighiaccio nucleari, le basi militari riaperte lungo la costa settentrionale, la Northern Sea Route sotto controllo). Arctic Sentry non cambia questo equilibrio dall’oggi al domani. La vera novità non viene dalla risposta europea, ma da Washington: sono gli Stati Uniti a dichiarare apertamente un interesse diretto sulla Groenlandia, trasformando l’Artico da teatro di rivalità latente a oggetto esplicito di competizione tra potenze.
È proprio questo interesse americano diretto sulla Groenlandia a complicare una strategia che Mosca stava costruendo con cura. Da mesi il Cremlino tenta di inserire la cooperazione artica nell’agenda negoziale con Washington. Kirill Dmitriev, capo del Fondo di investimento diretto russo ed emissario economico di Putin, ha dichiarato pubblicamente che il portafoglio di potenziali progetti congiunti russo-americani supera i 14 trilioni di dollari, includendo lo sviluppo di petrolio e gas nell’Artico e l’estrazione di terre rare, il tutto subordinato a un accordo di pace in Ucraina e alla revoca delle sanzioni. L’Artico, in altri termini, viene offerto da Mosca come tavolo di cooperazione economica con Trump. Il problema è che questa strategia ha un limite preciso: la cooperazione che Mosca offre presuppone il mantenimento del proprio controllo sulla regione, non una sua cessione. E l’Artico non può essere la posta in gioco.
C’è però un secondo limite alla strategia russa. Dopo i fatti di febbraio 2022, a seguito dell’uscita forzata degli operatori europei e statunitensi dall’Artico russo, Mosca ha intensificato la cooperazione con Pechino lungo la Northern Sea Route: investimenti cinesi nelle infrastrutture portuali, crescita del traffico container, istituzione di una sottocommissione sino-russa dedicata alla rotta.
È una collaborazione necessaria; senza capitali e tecnologia cinesi, infatti, lo sviluppo artico russo rallenterebbe sensibilmente. Ma è anche una collaborazione che rischia di erodere progressivamente il controllo esclusivo che Mosca vuole mantenere sulla regione. La Cina non è una nazione artica, ma si comporta sempre più come tale e ogni infrastruttura finanziata da Pechino lungo la NSR è di fatto un pezzo di sovranità ceduto. È la stessa tensione che rende il potenziale accordo con Washington così attraente per il Cremlino: riportare capitali statunitensi nell’Artico russo significherebbe anche ridurre la dipendenza da quelli cinesi. Ma il dilemma non si risolve facilmente. Affidarsi agli Stati Uniti significa aprire la regione a un attore che ha appena dichiarato ambizioni dirette sulla Groenlandia e che non considera i trattati come vincoli permanenti. Affidarsi alla Cina, per contro, significa continuare a cedere sovranità artica a un socio che ha i propri obiettivi nella regione e non ha alcun interesse a restare in posizione subordinata. Mosca si trova quindi stretta tra due dipendenze, entrambe indesiderate, in quello spazio che considera più di ogni altro irrinunciabile.
La crisi groenlandese non ha cambiato la posizione strutturale della Russia nell’Artico. Mosca resta il principale attore della regione per geografia, capacità operative, presenza militare e controllo delle rotte e lo resterà ancora a lungo, indipendentemente dall’esito della contesa, ora ammorbidita, tra Copenaghen e Washington. Quello che è cambiato è il contesto in cui quella posizione deve essere difesa: un Artico più affollato, più militarizzato e più esplicitamente conteso, in cui le mosse di un attore producono conseguenze che Mosca non può ignorare e che non sempre riesce a governare. La crisi groenlandese, in questo senso, non è una minaccia diretta agli interessi russi nell’Artico. È piuttosto un acceleratore di dinamiche che erano già in corso, e che il Cremlino avrebbe preferito gestire con tempi e modi propri.
Tommaso Bontempi




