I segnali contrastanti dell’economia russa ci segnalano l’impossibilità di una lettura a senso unico. Il potere russo mette in vetrina i numeri del forum pietroburghese e i primi ammiccamenti di governi e aziende occidentali, ma deve fare i conti con le crescenti difficoltà del mercato interno. Si apre intanto la corsa per la successione alla Banca Centrale, che dal prossimo anno non potrà più essere guidata dall’inossidabile Nabiullina.
Il 3 giugno scorso il Forum economico internazionale di San Pietroburgo si è aperto con una colonna di fumo nero visibile da tutta la città: un drone ucraino aveva colpito il terminal petrolifero di San Pietroburgo, e nei giorni successivi gli attacchi si sono ripetuti su Kronstadt e sulle infrastrutture portuali della regione di Leningrado. Il peso simbolico provocato da questa coincidenza è difficile da ignorare. Per quattro giorni, mentre nei padiglioni dell’Expoforum si discuteva di sovranità tecnologica, multipolarità e nuova architettura economica globale, il cielo sopra la stessa città ricordava agli ospiti (russi e stranieri) che la guerra non è un tema tra gli altri, ma la cornice che determina ogni altra discussione.
Questa coincidenza non è solo aneddotica: aiuta a leggere il ventinovesimo forum come un evento a due livelli paralleli e largamente non comunicanti: da un lato la narrazione ufficiale, costruita attorno a cifre aggregate — 142 Paesi partecipanti, oltre 24.500 ospiti, 1.084 accordi per 6,64 trilioni di rubli; dall’altro una serie di indicatori economici interni che, nello stesso periodo, hanno toccato i livelli più bassi degli ultimi anni. Il forum diventa così un caso di studio sul modo in cui Mosca gestisce — e in parte occulta — il divario crescente tra il racconto geopolitico e la condizione materiale dell’economia.
La cornice geopolitica: multipolarità come narrativa di compensazione
Il discorso di Vladimir Putin in plenaria il 5 giugno ha ribadito i temi ormai consolidati dal 2022: il sistema finanziario occidentale, presentato come “neutrale”, sarebbe in realtà uno strumento di pressione politica e di estrazione di risorse, il congelamento delle riserve russe avrebbe minato irreversibilmente la fiducia globale nel dollaro e nell’euro, i Paesi BRICS crescerebbero a un ritmo doppio rispetto al G7, assumendo un ruolo sempre più centrale nella crescita mondiale. Su questa base si è costruita la tesi di un riequilibrio strutturale dell’economia internazionale verso il Sud globale, con la Russia non isolata ma semplicemente ricollocata in un nuovo asse di partnership, che include Cina, India, Sud-Est asiatico, mondo arabo, Africa.
Il dato della partecipazione internazionale viene presentato come prova empirica di questa tesi. Vale la pena però distinguere tra quantità e qualità. La gran parte delle delegazioni proviene da Paesi del cosiddetto “mondo della maggioranza” — Cina, Arabia Saudita (Paese ospite quest’anno), Uzbekistan, Emirati, Tanzania — con cui Mosca ha effettivamente consolidato relazioni commerciali strutturali, come testimonia il caso del complesso petrolchimico di Amur (joint venture Sibur-Sinopec) o l’accordo di libero scambio EAEU-EAU.
Diverso è il discorso sulla componente occidentale, che pure ha ricevuto ampia copertura mediatica proprio per la sua novità rispetto agli anni precedenti. Per la prima volta da un decennio si è vista la partecipazione di una delegazione statunitense, guidata da Rodney Mims Cook Jr., presidente della Commissione per le belle arti, senza alcun mandato negoziale. A questa si sono affiancati alcuni eurodeputati di partiti di destra provenienti da Lussemburgo, Romania e Germania (in particolare dall’AfD), e imprenditori tedeschi e italiani rimasti attivi sul mercato russo: si è svolto difatti un dialogo Russia-Germania — il primo del genere dal 2022 — e persino il cancelliere Friedrich Merz avrebbe dovuto ammettere, sia pur con riluttanza, l’auspicabilità di una normalizzazione dei rapporti. Una lettura più cauta vede in questa presenza un segnale calcolato da parte delle aziende occidentali — una sorta di «finestra di opportunità» da cogliere prima che altri lo facciano — più che l’indicatore di un reale disgelo. La cautela è confermata dal fatto che il nuovo pacchetto di sanzioni UE, previsto per il 15 giugno, mantiene la pressione su soggetti terzi coinvolti nell’elusione delle misure restrittive.

Gli indicatori interni: un’economia che certifica il proprio rallentamento
Se la cornice geopolitica punta a normalizzare l’immagine internazionale della Russia, i dati macroeconomici discussi proprio nei giorni del forum raccontano una traiettoria diversa. L’indice Mosbirža, indice azionario principale della Borsa di Mosca, ha toccato i 2.484 punti al chiudersi del forum, il livello più basso da fine ottobre 2025, in calo del 15% dai massimi di marzo e in territorio negativo per tredici settimane consecutive. La capitalizzazione complessiva del mercato azionario russo si attesta intorno al 20% del PIL — il livello più basso da almeno 26 anni — e ha perso 3.000 miliardi di rubli da inizio anno. Secondo Rosstat, gli investimenti privati in capitale fisso sono scesi al minimo degli ultimi sedici anni, mentre i default societari sono aumentati del 92% nell’ultimo anno.
Sul fronte energetico il quadro è meno univoco. Mentre l’UE si prepara a intensificare i controlli sulle petroliere della “flotta ombra” nel Mediterraneo, il consorzio CPC ha registrato a maggio un volume di esportazione record attraverso il terminale di Novorossijsk — 7,19 milioni di tonnellate, contro 6,31 milioni in aprile — sospinto soprattutto dalla ripresa della produzione nel giacimento kazako di Tengiz. La componente di origine russa è cresciuta solo del 3%, contro l’11% di quella kazaka: un’indicazione che l’infrastruttura di esportazione russa resta operativa e assorbe volumi regionali crescenti, ma che questo non si traduce automaticamente in un aumento dei volumi — né dei ricavi — di esportazione propriamente russi.
Il dato forse più rilevante per comprendere la traiettoria di medio periodo riguarda il debito pubblico. Un rapporto dell’Istituto di previsione economica nazionale dell’Accademia delle scienze russa (IPN RAN), circolato alla vigilia del forum, mostra che la spesa per il servizio del debito è cresciuta del 249% rispetto al 2019 — la voce di bilancio in crescita più rapida, superando anche l’aumento del 113% nella spesa per difesa e sicurezza. Il FMI stima che il debito pubblico russo, oggi attorno al 19% del PIL, salirà progressivamente fino al 29% entro il 2031.
Lo stesso rapporto IPN RAN — un documento accademico, non un’analisi dell’opposizione — descrive un meccanismo circolare: la politica monetaria restrittiva della Banca centrale non riesce più a contenere l’inflazione perché il governo continua a finanziare il settore prioritario (militare e collegato) indipendentemente dal tasso di interesse, distorcendo i segnali del mercato del credito. Il risultato, secondo gli autori, è una situazione di stagflazione formale già registrata dal CMASF (Centro per le analisi macroeconomiche e le previsioni di breve termine, vicino al governo) nel primo trimestre 2026: PIL in contrazione accompagnato da inflazione persistente.
Il nodo simbolico: il vuoto al vertice della Banca centrale
L’assenza della governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina dal forum — ufficialmente per motivi di salute — non si è limitata al PMEF. Nei giorni successivi Nabiullina ha saltato anche la conferenza NAUFOR del 9 giugno, un appuntamento che presiedeva regolarmente da almeno tre anni, e il 10 giugno una riunione con Putin dedicata a inflazione e tasso di riferimento — un format che la Banca centrale aveva sempre seguito, se necessario anche tramite un vicegovernatore, e che questa volta non ha visto alcun rappresentante dell’istituto. Le spiegazioni ufficiali si sono inoltre sovrapposte senza coincidere del tutto: prima i funerali del consigliere Aleksej Mozhin, ex rappresentante russo al FMI e a lungo suo stretto collaboratore, morto il 3 giugno, poi un congedo per malattia, motivazione con cui la Banca centrale ha giustificato anche l’assenza dalla conferenza NAUFOR.
Il contesto in cui si inserisce questa vicenda è quello descritto sopra: una primavera di critiche senza precedenti alla politica monetaria restrittiva della Banca centrale, proprio mentre il mandato di Nabiullina — il terzo e, secondo la legge attuale, l’ultimo possibile — si avvia alla scadenza nel 2027. Le indiscrezioni su un possibile avvicendamento ai vertici economici, coinvolgerebbero non solo la Banca centrale ma anche la premiership di Mišustin, con l’attuale ministro della Difesa Andrej Belousov indicato come possibile successore. Il segnale di fondo è lo stesso sollevato dal rapporto IPN RAN: la pressione a subordinare le decisioni sul tasso di riferimento alle priorità di bilancio del governo, archiviando di fatto l’indipendenza della Banca centrale in nome di una gestione più centralizzata dell’economia di guerra. In questo senso, il vuoto al vertice dell’istituto durante l’evento economico più simbolico dell’anno appare meno un caso di cronaca e più il sintomo visibile di una transizione istituzionale ancora in corso, il cui esito resta aperto.
Una lettura d’insieme
Il PMEF 2026 conferma una caratteristica già emersa nelle edizioni precedenti, ma quest’anno con un contrasto particolarmente netto: il forum funziona come rituale di legittimazione — la dimostrazione, attraverso cifre aggregate e presenze internazionali (siano esse le delegazioni occidentali o i mega-progetti infrastrutturali artici), che l’economia russa “funziona” e che il Paese non è isolato — proprio nel momento in cui gli indicatori di mercato e gli analisti istituzionali russi segnalano l’opposto. I droni sopra San Pietroburgo non hanno alterato il programma del forum, ma hanno reso visibile, nel modo più diretto possibile, il costo che l’economia di guerra continua a pagare: un costo che le cifre sul debito e sul crollo del mercato azionario rendono ormai difficile da relegare a problema di lungo periodo.
Virginia Gatto





