Di statue e di città - I Paesi Baltici e le minoranze russe

Il Soldato di Bronzo vandalizzato nel 2005. Fonte: Radio Free Europe

Come un'onda che dagli Stati Uniti ha raggiunto l'Europa, oggi stiamo affrontando una fase di revisionismo su statue, monumenti e memoriali, discutendo la possibilità che la loro presenza ormai sia più consona in un museo che ne permetta la giusta contestualizzazione, piuttosto che in un parco od una piazza. Il motivo? Ciò che per alcuni non suscita alcun ricordo spiacevole, per altri potrebbe risultare offensivo e doloroso.

Paradossalmente, un Paese tra i più "silenziosi" in Europa – l'Estonia – sperimenta questo dibattito sui lasciti tangibili della memoria storica da ben più tempo. E anzi, se volessimo datare precisamente questa presa di posizione contro lo storico oppressore – l'Unione Sovietica – si potrebbe pensare al 2007, anno in cui il governo estone decise di rimuovere e ricollocare il memoriale per i caduti sovietici della Seconda guerra mondiale, più comunemente noto come il Soldato di Bronzo. 

Quando nel 1993 i russi divennero eredi a tutti gli effetti dell'Unione Sovietica, pochi immaginavano che l'eredità includesse anche lo stigma di oppressori ed usurpatori. Questo fenomeno ebbe un'eco variabile nelle diverse ex repubbliche, ma indubbiamente raggiunse lo zenit nei Paesi Baltici.

Nonostante la presenza di russi nelle repubbliche Baltiche sia gradualmente diminuita negli anni, la loro esistenza e la memoria di un passato troppo recente creano una tensione costante, che si evolve in maniera diversa tra i tre Paesi ma che, curiosamente, non è direttamente proporzionale al numero di russi effettivamente presenti nel territorio.

Infatti, al momento, la Lettonia vede un numero di russi stabilmente residenti più elevato rispetto all'Estonia o alla Lituania (25,2% rispetto al 24,8% estone e al 5,8% lituano), ma è anche il Paese tra tutti meno soggetto a rivolte ed escalation di tensione. Un'altra questione invece è l'utilizzo della lingua russa: il 33,8% della popolazione lettone è in grado di utilizzare il russo, contro il 29,6% della popolazione estone e appena l'8% dei lituani[1].

L'apprensione dei Baltici però è ricca di sfaccettature che esulano dalle mere percentuali. Per provare a raccontare cosa sia davvero la paura russa nei Baltici è necessario capire come mai, anche in Lituania (dove la sterile percentuale è inadatta a definire una presenza russa ancora rilevante) la Russia continua a mantenere saldi i rapporti con la propria comunità nel territorio.

Infatti, l'idea russa – assolutamente originale – del proprio soft power non guarda ad una scarsa percentuale come un deterrente, anzi: l'approccio di Mosca non è quello di sedurre ed ottenere consensi in nuovi gruppi, bensì di mantenere ed enfatizzare i legami con fazioni già esistenti, sfociando spesso in un atteggiamento definito "neo imperialista".

Le modalità sono variabili: le enormi riserve di carburante naturale che esercitano un forte appeal per le élite filorusse residenti nei diversi Paesi (che godono così di importanti benefici a livello economico); la fede ortodossa; l'utilizzo e lo studio della lingua russa; e ultimo ma non meno importante il ricordo della vittoria dei popoli dell'Urss nella Seconda guerra mondiale. In seguito alle rivoluzioni colorate poi la Russia persiste nella sua causa con una maggiore verve, creando e finanziando ONG ed organizzazioni giovanili (come la fondazione Russkij Mir e il Molodoe Slovo), l'agenzia federale dei compatrioti (Rossotrudnichestvo) e istituti di cultura russa.

Questo, assieme al ricordo recente dell'occupazione sovietica, spiega come quelle percentuali siano riuscite e riescano tuttora a suscitare un gran clamore quando si tratta di una statua o di una città situata troppo vicina al confine. L'ironia della sorte – ma non troppo – vuole infatti che l'Estonia, il Paese che più pedissequamente ha tentato di disfarsi in maniera totale del ricordo dell'occupazione sovietica, sia sede delle più accese diatribe in campo culturale e storico con la Russia: il Soldato di Bronzo e la città di Narva.

La statua del Soldato di Bronzo si trovava nel centro della capitale Tallinn, quando nel 2007 il governo decise di rimuoverla. A detta di molti politici estoni il monumento, costruito ai tempi dell'occupazione sovietica in Estonia nel 1947, ormai rappresentava solo lo sfregio compiuto verso la popolazione estone. Non erano della stessa idea Putin e Lavrov, che arrivarono al punto di minacciare sanzioni contro l'Estonia se il caso non si fosse risolto. La diatriba sul memoriale al momento non è ancora del tutto sanata.

La città di Narva invece, a stragrande maggioranza russa, racchiude in sé tutte le dispute riguardo i confini tra Estonia e Russia. Se in precedenza questa condizione era passata in sordina nella comunità NATO, dopo l'occupazione della Crimea nel 2014 la Russia ha mostrato come l'annessione di questa cittadina potrebbe divenire realtà. Lettonia e Lituania hanno visto di recente casi simili ma con diverso clamore mediatico.

Fondamentalmente tutti e tre i Paesi tentano a loro modo di far valere – più o meno con successo – i nativi sui russi. Questo avviene anche tramite pratiche giuridiche e cavilli legati alla spinosa questione sul rapporto "nazionalità – lingua – gruppo etnico": i russi vengono riconosciuti come apolidi e non come persone con una nazionalità diversa che comunque appartengono a questi Paesi a tutti gli effetti.

I popoli baltici hanno sperimentato sulla propria pelle le discriminazioni e per un determinato periodo hanno addirittura temuto di poter essere cancellati per sempre come gruppo etnico. Ma adesso, seguitando a ignorare o a reprimere l'integrazione con la minoranza russa, lasciano forse trapelare più un desiderio di vendetta che una conclamata dimostrazione di superiorità.

Certo è che il caso della Crimea ha ridestato con maggior vigore nei Baltici la certezza che quando si tratta di Russia anche nel XXI secolo annessioni e "conquiste" territoriali sono ancora possibili.E quindi, pur rischiando di sprofondare nella paranoia, le tre repubbliche non sembrano avere la minima intenzione di cedere di un passo nel riconoscere la minoranza russa nei loro territori come un'eredità viva e pulsante. E che, impossibile da rimuovere o spostare, se fosse invece valorizzata potrebbe creare enormi possibilità di crescita e arricchimento per la comunità tutta.

[1] I dati di Estonia e Lituania si riferiscono al censimento avvenuto nel 2011, mentre per la Lettonia si fa riferimento all'ultimo aggiornamento delle statistiche nazionali nel 2017.


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