Da una crisi all’altra: l’Ucraina e il Covid-19

Da una crisi all’altra: l’Ucraina e il Covid-19
Sono trascorsi solo pochi anni da quando l'Ucraina è stata sotto i riflettori del mondo intero, teatro di una crisi non solo identitaria e nazionale ma, soprattutto, internazionale. E oggi il Paese si ritrova a fare i conti con una crisi dal volto nuovo, di carattere sanitario e dagli incerti effetti.

Anche in Ucraina, come in tutti i Paesi d'Europa, il Covid-19 è arrivato, si è "insediato" e, alla stregua di un invasore prepotente, ha conquistato pian piano sempre più territorio, insinuandosi nella vita dei cittadini, scuotendo e destabilizzando le loro vite e la vita socio-economica del Paese.

I dati aggiornati al 27 aprile sono i seguenti: 9.410 casi accertati, 239 morti e 992 ricoverati. Il primo caso era stato identificato il 3 marzo: un uomo, rientrato nella Regione di Chernivtsi da una vacanza in Italia, dopo aver attraversato il confine con la Romania, lamentava all'inizio forte tosse e febbre alta. Successivamente, è stato accertato che si trattava di Covid-19. Il 20 marzo nel Paese si registravano ancora solo 14 casi confermati, di cui tre bambini. La maggior parte dei contagiati, ben 10, erano stabiliti nella regione di Chernivtsi, dove oggi se ne contano più di 1000. Probabilmente, il fatto che il primo focolaio sia scoppiato in questa regione non è casuale: qui la maggior parte della popolazione parla rumeno e si sposta frequentemente verso l'Italia.

L'11 marzo il governo ha adottato le prime misure per far fronte all'emergenza: lo stanziamento di 100 milioni di grivnie (3 milioni di euro) per l'acquisto di dispositivi di protezione, il divieto di qualsiasi evento di massa e sportivo che coinvolga più di 10 persone, la limitazione della circolazione delle persone in ingresso ed uscita dal Paese, la chiusura degli istituti scolastici ed universitari. Tali misure hanno avuto un'iniziale durata di tre settimane, dal 12 marzo al 3 aprile.

Dopo il primo caso di morte per Covid-19 registrato il 13 marzo (una donna anziana di 71 anni, residente nella regione di Zhytomyr) e i primi due casi di contagio a Kiev (16 marzo), il presidente Volodymyr Zelenskij non ha perso tempo e ha convocato una riunione con i 15 oligarchi ucraini più importanti. Al fine di coinvolgerli nelle politiche di aiuti al Paese per combattere l'epidemia del Covid-19, il presidente ha ottenuto la promessa da parte degli oligarchi, che non hanno alcun interesse nel vedere indebolito il proprio business, di supportare il Paese nel far fronte a questa emergenza.

Dal 17 marzo sono così state intensificate le restrizioni. Per i mezzi di trasporto, il divieto di condurre più di 10 passeggeri, nonché la chiusura delle metro nelle città di Kiev, Kharkiv e Dnipro. Le attività commerciali sono state chiuse, ad eccezione di quelle considerate primarie quali supermercati, farmacie, banche e servizi assicurativi; chiusi pure i bar, i ristoranti (concesso solo il take away), le palestre e i centri culturali. La limitazione in ingresso e uscita dal Paese ha comportato, come negli altri Stati europei, una drastica riduzione del traffico aereo: la Ukraine International Airlines già dal 4 febbraio aveva sospeso i voli verso la Cina. Con il propagarsi del virus in Europa, da metà marzo Kiev ha sospeso i voli con quasi tutti i Paesi del continente, tra cui l'Italia.

La quarantena, ad oggi, è stata estesa fino all'11 maggio con il divieto, dal 6 aprile, di uscire di casa senza mascherina e in gruppi composti da più di due persone, nonché quello di accedere a parchi e giardini pubblici.

Controllo della temperatura su un velivolo in pista nell'aeroporto di Kiev

Descritte così, le prime fasi della propagazione del virus risuonano familiari perché corrispondono alle misure dell'Italia e del resto d'Europa: la vita del Paese messa in standby, subito dopo aver accertato i primi casi di contagio e dopo aver sottovalutato la gravità dell'epidemia nei mesi precedenti. Tuttavia gli esperti hanno affermato che, data la scarsità di risorse economiche e sanitarie del Paese, il rallentamento o il blocco delle produzioni potrebbe risultare particolarmente grave.

Tra il 2014 e i primi mesi del 2015 il PIL dell'Ucraina aveva subito una contrazione del 17%. La perdita della Crimea e il perdurare della guerra nelle regioni del Donbas, avevano fatto perdere al Paese circa il 25% delle sue risorse industriali. Negli ultimi anni Kiev ha beneficiato, tuttavia, dell'Accordo di Associazione con l'UE che ha permesso una crescita delle esportazioni sia nel settore agricolo che in quello industriale, compensando la rottura con la Russia.

Oggi il rallentamento della produzione e la chiusura delle attività commerciali spaventano: le previsioni troppo a lungo termine sono forse azzardate in un momento così delicato ma, probabilmente, non sono così surreali le statistiche che annunciano un calo di quasi il 5% del PIL alla fine del periodo di lockdown. Così, quel barlume di positività e di crescita dato dall'aumento del PIL (+3,75%) alla fine del 2019, sarà sempre più fioco.

Una profonda recessione e una crisi economica sembrerebbero gli scenari più plausibili in questo quadro già così complesso. Solo un prestito estero potrebbe salvare l'Ucraina da questo destino. Per diversi mesi, infatti, il governo di Kiev ha cercato di negoziare con il Fondo Monetario Internazionale un programma di assistenza di 5,5 miliardi di dollari. Il FMI aveva, tuttavia, posto due condizioni: l'approvazione della legge che proibiva il ritorno delle banche nazionalizzate ai precedenti proprietari, e l'avvio del mercato fondiario. Dopo tre sedute straordinarie, il 30 marzo il parlamento ha votato e approvato la legge per revocare il divieto di vendita dei terreni agricoli: il mercato dei terreni sarà aperto ai cittadini privati da luglio 2021, e alle compagnie ucraine dal 2024. Alla prima riunione del parlamento è stata votata la legge sulle banche: è vietato agli ex proprietari di banche nazionalizzate di riacquistare diritti di proprietà o ricevere fondi statali. Kiev e il FMI hanno così raggiunto un accordo per un prestito di 8 miliardi di dollari.

Non sono così surreali le statistiche che annunciano un calo di quasi il 5% del PIL alla fine del periodo di lockdown.

Sia la Croce Rossa Internazionale sia alcune associazioni per la difesa dei diritti umani hanno sottolineato l'inadeguatezza delle strutture sanitarie nel far fronte all'emergenza. In generale, il sistema sanitario del Paese è stato messo a dura prova: Il Ministero della Salute ha disposto che in tutti gli istituti sanitari, gli ospedali e le cliniche venga data priorità ai pazienti infetti da coronavirus. Precisamente sono state adibite sull'intero territorio nazionale 240 strutture per pazienti con Covid-19, con una capacità complessiva di 12.000 posti letto, 2500 stanze d'isolamento e 7000 medici specialisti.

A inizio aprile l'Ucraina ha inviato un'unità di 30 medici in soccorso ai colleghi italiani. Una mossa di solidarietà dietro cui si celavano due ragioni: dare un segnale di supporto alle migliaia di cittadini ucraini che vivono e lavorano nel Belpaese ma, soprattutto, apprendere come gestire le patologie qualora la situazione dovesse degenerare anche in Ucraina.

Sebbene i numeri siano elevati ma non preoccupanti quanto quelli italiani, l'intreccio tra il lascito della condizione politica, economica e territoriale della crisi del 2014 e l'attuale emergenza sanitaria, rappresentano una sfida che il governo non può permettersi di sottovalutare. 


Cristiana Ruocco


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