Il fantasma delle sanzioni: l’Italia deve averne paura?

Il fantasma delle sanzioni: l’Italia deve averne paura?

Daniele Raineri nel suo articolo pubblicato su Il Foglio definisce come fake news tutte quelle dichiarazioni, rese anche da alcuni politici italiani in campagna elettorale, che riportano come dato il danno enorme che l'economia italiana sta subendo in conseguenza delle misure restrittive decise dall'Unione europea. Le statistiche, effettivamente, gli danno ragione.

Facciamo però un passo indietro. La Russia era (e per certi versi è ancora oggi) il terzo partner commerciale per l'Europa e i loro rapporti sono disciplinati dall'Accordo di partenariato entrato in vigore nel 1997. I rapporti commerciali tra i due attori sono cresciuti in maniera costante fino al 2008, anno in cui hanno conosciuto un arresto brusco dovuto principalmente alla crisi economica. Nel 2010 le relazioni commerciali tra i due attori hanno ripreso a crescere fino al 2014, quando diversi fattori hanno influito negativamente: il conflitto in Ucraina, le sanzioni UE e le contro sanzioni russe, una forte recessione in Russia.

Le sanzioni UE contro la Russia possono essere raggruppate in quattro categorie: misure diplomatiche, misure restrittive individuali, restrizioni alle relazioni economiche con la Crimea e Sebastopoli e sanzioni economiche riguardanti gli scambi con la Russia in settori economici specifici. Su questo tema non è necessario prolungarsi oltre e ciò per due motivi: da un lato, già dalle categorie citate si nota che si tratta di misure specifiche adottate in alcuni settori particolari anche non di interesse per l'Italia, dall'altro, come afferma lo stesso Raineri, non sono le sanzioni UE che hanno vietato le esportazioni verso la Russia, ma sono le contro sanzioni stabilite dal Cremlino che hanno avuto questo effetto. Su questo dato, in realtà, c'è comunque da riflettere: le contro misure russe sono state applicate in risposta alle sanzioni UE, quindi in teoria se le istituzioni europee decidessero di eliminare il regime sanzionatorio la conseguenza sarebbe il ritiro delle contro sanzioni da parte della Russia. Si tratta di un gioco di parole o di un ragionamento logico? Ai lettori la possibilità di ragionarci su.

Fin dal 6 Agosto 2014, Vladimir Putin ha deciso di vietare le importazioni in territorio russo di prodotti agricoli, materie prime e alimentari provenienti da UE, USA, Canada, Australia, Norvegia, Albania, Montenegro, Islanda e Liechtenstein. Studi recenti hanno stimato un calo delle esportazioni UE verso la Russia di poco meno del 15%. Tuttavia, è difficile studiare questo dato separando gli effetti delle misure restrittive dall'attuale recessione economica russa, che può essere riassunta da due fattori: il calo del prezzo del petrolio (da 100$/barile fino a soli 50$) e un conseguente e vertiginoso deprezzamento del rublo.

Tuttavia, è difficile studiare questo dato separando gli effetti delle misure restrittive dall'attuale recessione economica russa, che può essere riassunta da due fattori: il calo del prezzo del petrolio (da 100$/barile fino a soli 50$) e un conseguente e vertiginoso deprezzamento del rublo.


Quello che si può affermare, tuttavia, è che l'UE sia riuscita a diminuire gli effetti delle contromisure russe indirizzandosi verso altri mercati, un po' come ha fatto il Cremlino rivolgendosi a Oriente nel cercare di limitare l'impatto delle sanzioni nel proprio territorio. Un altro dato certo e significativo è che le conseguenze delle contromisure russe non sono ripartite in maniera equa sul territorio dell'Unione. Infatti i Paesi baltici, l'Europa orientale, la Finlandia e la Germania sono gli Stati membri che più stanno soffrendo di questo regime.

In generale, i settori manifatturiero e agroalimentare sono quelli più colpiti dalle contromisure, anche se a dire il vero i produttori dell'UE sono riusciti a dirigersi verso altri mercati e quindi le contromisure e l'inflazione del prezzo dei beni in Russia hanno finito per colpire maggiormente i cittadini russi che non le imprese europee. Ad ogni modo, il settore agroalimentare europeo ha subìto una perdita di circa 12 miliardi di euro.

Per quanto riguarda l'esportazione di materiale bellico in Russia, invece, essendo il mercato molto limitato già in partenza, le perdite registrate sono state praticamente irrisorie. È importante ricordare che Ucraina e Russia hanno introdotto una serie di misure restrittive reciproche, la più rilevante delle quali prevede proprio il divieto, per Kiev, di esportare materiale bellico in Russia, con effetti pesanti per il Paese. Le contromisure russe sono state prorogate di anno in anno e hanno al momento come data di fine il 31 dicembre 2018.

E l'Italia quindi? Sicuramente, si tratta di uno dei Paesi europei colpiti più duramente, con perdite di circa 8 miliardi di euro l'anno. Prima del 2014 l'Italia era infatti il secondo esportatore europeo in Russia, con una crescita annua degli scambi pari all'8%. A partire dal 2014, tuttavia, il made in Italy è stato duramente danneggiato, in particolar modo nei settori agroalimentare e dell'abbigliamento. Inoltre, in Russia sono stati negativamente coinvolti da questo regime anche i ristoratori del belpaese, i quali lavoravano con prodotti importati dall'Italia e che ora non si trovano più sul mercato. Detto ciò, e riprendendo quanto già spiegato precedentemente, questi dati non possono essere slegati dalla recessione economica russa degli ultimi anni. Infatti, come lo stesso Raineri afferma, il calo nelle esportazioni italiane in Russia è dovuto al deprezzamento del rublo più che alle sanzioni. Nulla da temere, quindi, per l'Italia.

Un altro punto importante riguarda la contestazione delle contromisure davanti alla Corte Suprema russa. Diversi casi sono stati discussi dai giudici, ma tutti con una conclusione analoga: l'azione è sempre stata respinta. Che si trattasse di importazione di pesce proveniente dalla Norvegia o di protezione dei diritti dei consumatori, la Corte ha sempre ritenuto che non fosse necessario giudicare nel merito l'applicazione delle contromisure decise dal Cremlino. Le azioni proposte, ad ogni modo, dimostrano come le misure russe abbiano avuto un impatto molto negativo sulla popolazione locale, forse anche più forte che sull'UE e sui suoi cittadini.

Detto ciò, è possibile porre in essere alcune considerazioni conclusive. Innanzitutto, il peso delle misure restrittive per l'Italia non è dovuto direttamente alle sanzioni UE ma alle contro sanzioni russe. Inoltre, il bel paese è riuscito a colmare le perdite rivolgendosi verso altri mercati, a volte anche in maniera un po' forzata (come nel caso dei prodotti esportati in Bielorussia e poi da lì inviati in Russia per raggirare il problema). Questa è in generale la soluzione principale e più prossima che è stata trovata dall'Unione europea nel suo insieme, tant'è che la popolazione degli Stati membri non sembra soffrire molto di queste misure.

Il problema delle misure restrittive va quindi analizzato secondo il suo obiettivo dichiarato: far cambiare alla Russia il proprio comportamento in Ucraina. Ad oggi, il fine non sembra essere stato raggiunto, se si esclude l'aver alzato i costi per Mosca nel mantenere i suoi intenti. Inoltre, l'UE ha vincolato il termine delle sanzioni al rispetto degli Accordi di Minsk, con particolare riferimento alla clausola del cessate il fuoco tra milizie filorusse e Ucraina. Visto che tutto ciò sembra ormai utopico, per coloro che sognano un'Europa senza sanzioni economiche c'è soltanto una via percorribile: bisognerebbe rivedere gli Accordi di Minsk, così da permettere a Mosca e Kiev la loro attuazione e all'Unione e alla Russia di ritirare (forse) le misure applicate.

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