In Lettonia ha vinto la frammentazione, non i filorussi e gli euroscettici

In Lettonia ha vinto la frammentazione, non i filorussi e gli euroscettici

La semplificazione manichea della realtà è sempre sbagliata. E lo è tanto più a Est, laddove le nostre griglie interpretative degli eventi non possono funzionare.

Accade così che i risultati di ieri in Lettonia, che hanno visto il partito Saskaņa ("Armonia") al primo posto, sono stati letti in modo superficiale e fuorviante da gran parte dei media nostrani. A giudicare dai titoli, infatti, sembrerebbe che i filorussi, populisti ed euroscettici rappresentino la nuova maggioranza in Lettonia.

Non è esattamente così. Almeno se si vuole far intendere che filorussi, populisti ed euroscettici combacino nello stesso partito o coalizione. I filorussi di Armonia sono sì il primo partito, ma ci sono diversi "ma":

1) hanno ottenuto meno del 20%, in un quadro elettorale assai frammentato in cui le prime sei forze politiche hanno preso dal 10 al 20% dei voti;

2) è la terza volta consecutiva che arrivano primi, ma finora sono sempre stati esclusi dal governo;

3) ad esser precisi, nonostante le ingenti somme spese, sono pure in flessione rispetto al 2014, quando avevano ottenuto il 23% e 40mila voti in più;

4) sono "filorussi" in quanto sostenuti dalla forte minoranza russofona del Paese, ma ciò non significa necessariamente che siano anche populisti ed euroscettici, anzi. Basti vedere che sono socialdemocratici e appartengono al gruppo europeo del PSE, e che si siano premurati (sia prima che dopo il voto) a fare delle dichiarazioni pro UE.

Armonia, se vorrà governare (e sembra proprio che voglia farlo: ultimamente ha reciso i suoi legami formali con Russia Unita per non subire veti in tal senso) dovrà necessariamente trovare delle forze con cui coalizzarsi, e qui entrano in gioco tante possibili combinazioni con gli altri partiti che hanno ottenuto un buon risultato.


"Armonia", se vorrà governare, dovrà necessariamente trovare delle forze con cui coalizzarsi

I secondi arrivati, gli anti-sistema (ma non anti-UE) del KPV ("Chi controlla lo Stato?"), hanno ottenuto il 14%, ben al di sopra di quanto prospettato dai sondaggi. Benché spesso vengano associati ad Armonia, non sarà facile (e comunque non sufficiente) una loro coalizione.

Ancor meno lo sarà per i terzi, i "nuovi conservatori" del JKP, avversari dichiarati dei primi due partiti. Il loro risultato (13%), come per il KPV, è frutto di una richiesta di trasparenza da parte degli elettori, dopo gli ultimi scandali legati alla corruzione e all'erogazione di fondi pubblici.

A seguire la coalizione liberale ed europeista PAR, ed infine i partiti (Alleanza Nazionale, Unione di Verdi e Contadini, Unità) che hanno retto l'ultimo governo: i veri sconfitti di questa tornata.

Risultati, dunque, che premiano il rinnovamento (i secondi, i terzi e i quarti arrivati entrano per la prima volta in parlamento) nel contesto di una profonda e generale frammentazione politica. Sembrerebbe che la politica europea (e a maggior ragione la politica internazionale) abbia contato relativamente poco in una campagna incentrata piuttosto su problemi interni.

Appare comunque evidente che le rivendicazioni filorusse di Armonia (ammesso che non si ripresenti la solita conventio ad excludendum ai suoi danni) dovranno raggiungere un compromesso con le posizioni degli altri partiti, e quindi con ogni probabilità verranno annacquate.

Rivendicazioni che, ad ogni modo, non prevedevano un'invasione russa della Lettonia, né un'uscita del Paese dalla NATO o dalla UE. Molto più semplicemente, si tratta del rispetto della minoranza russofona sistematicamente esclusa da ogni parificazione coi lettoni fin dall'indipendenza del 1991; dell'abrogazione della contestata riforma dell'istruzione (che limita l'uso della lingua russa), definita dal leader del partito e sindaco di Riga Nils Ušakovs un gravissimo errore; non da ultimo, una normalizzazione dei rapporti diplomatici e commerciali con Mosca che potrebbe solo giovare alla Lettonia tutta, a prescindere dall'appartenenza etnica o linguistica dei suoi abitanti.

Sono gli stessi obiettivi di Putin? Sicuramente sì, ma ciò non rappresenta automaticamente la prova di ingerenze russe nel Paese, né soprattutto sminuisce le legittime esigenze o aspirazioni di una parte consistente della popolazione lettone. Una popolazione che, al di là della narrazione corrente, ha dimostrato di voler restare legata all'Europa e ai suoi indubbi vantaggi economici e politici.

Con quali sfumature, potremo vederlo solo con l'evolversi dei negoziati per il nuovo governo. Che non si preannunciano facili.


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