La cavalcata wagneriana della Russia in Libia

La Libia si trova all'incrocio tra bacino mediterraneo e Africa. In quanto tale, si colloca altresì al centro di una politica espansionista russa che vede nel Medio Oriente e nel continente nero due fulcri imprescindibili. Sempre più osservatori identificano in ciò che rimane della ex Jamahirrya gheddafiana una nuova Siria per Mosca. Un'etichetta dal sicuro effetto, che negli ultimi mesi sta trovando la propria ragion d'essere. A primo acchito, il ruolo russo in Libia è ben lungi dalla campagna militare lanciata in pompa magna nel 2015 con la benedizione dei jet russi in partenza per il Medio Oriente da parte della Chiesa ortodossa di Mosca. Finora, infatti, il gioco del Cremlino nel ginepraio libico è stato perlopiù a carte coperte, in un supporto che non osa dire il suo nome a colui per cui ormai antonomasticamente si utilizza l'epiteto di "uomo forte della Cirenaica". 
Il generale Khalifa Haftar è a capo dell'Esercito Nazionale Libico, de facto un coacervo di milizie appoggiate – in maniera più o meno esplicita – anche da Emirati Arabi Uniti, Egitto, Arabia Saudita e Francia (oltre a un dubbio endorsement trumpiano). Dall'altra parte, il governo tripolino guidato da Fayez al Serraj, anch'esso sorretto da una manciata di milizie, questa volta tripolitane. A parte l'egida ONU e l'appoggio largamente formale delle potenze occidentali e più sostanziale della Turchia, il cosiddetto governo di accordo nazionale di stanza nella capitale esercita un controllo oltremodo limitato, che abbraccia a malapena la stessa Tripoli. E proprio contro quest'ultima Haftar ha lanciato un assalto lo scorso aprile dopo aver ottenuto sotto il proprio comando un'unificazione sui generis di Cirenaica e Fezzan tramite la cooptazione – non si sa quanto duratura – di larga parte dei capi tribù del Mezzogiorno libico. Al contrario di quanto atteso e sperato da molti, tra cui la Russia, la campagna per la conquista di Tripoli avviata in aprile con ambizioni da Blitzkrieg si è impantanata in una guerra di posizione la cui soluzione non è ancora in vista. E appunto questo stallo sembra aver spinto Mosca a un intervento più incisivo.

​Il sostegno di Mosca a Haftar è giustificabile dal fatto che il generale si sia dimostrato l'unico attore con le potenzialità quantomeno per ambire a un sogno panlibico e dal suo controllo sui maggiori pozzi petroliferi del paese. Il supporto a questi da parte del Cremlino, tuttavia, si era fino a qualche mese fa limitato all'ambito finanziario e logistico prestandosi a stampare valuta libica per un valore di milioni di dollari spedita a Benghazi, fornendo assistenza tecnica e riparazione di equipaggiamento militare in una base russa che – secondo alcuni media – si troverebbe nell'Ovest dell'Egitto, inviando consiglieri militari al generale cirenaico. L'incespicante campagna tripolina di quest'ultimo ha spinto infine la Russia a entrare con maggior decisione, nel tentativo di sbloccare la situazione volgendola in favore di Haftar o alla peggio guadagnandosi un posto al tavolo dei futuribili negoziati per decidere le sorti libiche. Mosca è comunque reticente a metterci la faccia, o meglio i propri soldati con la divisa della Federazione. Come già in Mozambico o in Repubblica centrafricana, quindi, la testa d'ariete è rappresentata dal gruppo Wagner, un'agenzia militare privata molto vicina al Cremlino, i cui mercenari hanno operato su molteplici campi di battaglia facendo le veci di Mosca. Più volte era stata denunciata la presenza di uomini russi in Libia a ingrossare le fila di Haftar, ma nelle scorse settimane le accuse si sono fatte più concrete. Vertici militari del governo tripolino, sostenuto dalle Nazioni Unite, hanno parlato della presenza di uomini armati russi stimabile tra i trecento e il migliaio, avvalorando le proprie affermazioni con manuali militari e documenti personali in russo rinvenuti sui campi di battaglia intorno a Tripoli e con il cambiamento riscontrato nella tipologia di ferite inferte ai miliziani di Serraj. A detta dei medici che li hanno curati, infatti, i colpi sparati ultimamente dall'Esercito Nazionale Libico sono sintomatici dell'afflusso di cecchini professionisti – i colpi raggiungono quasi sempre petto o testa, presupponendo una mira e un addestramento lungi dal dilettantismo di larga parte degli uomini di Haftar – e causano ferite riconducibili all'utilizzo di armamenti finora inediti sullo scenario libico, ossia proiettili a espansione come quelli adoperati dai russi sul fronte dell'Ucraina orientale.

Mosca ha negato di essere a conoscenza della presenza di combattenti russi in territorio libico, perseguendo un'ambiguità strategica che vede nei mercenari un Leitmotiv – appunto wagneriano – di coinvolgimento indiretto a basso rischio e potenziale alta resa. La scarsa preparazione dei miliziani sul campo (che una guerra dei droni principalmente tra la Turchia pro-Serraj e gli Emirati pro-Haftar tenta di compensare) rende infatti l'intervento di un contingente apparentemente risibile di uomini ben addestrati ed equipaggiati un fattore capace di imprimere una svolta non trascurabile negli equilibri di forze sul terreno. La significatività degli ultimi sviluppi è confermata da un sussulto della dormiente politica statunitense sulla Libia, con l'annuncio da parte del Congresso della discussione di un pacchetto di sanzioni contro trafficanti d'armi e petrolio, nonché individui macchiatisi di violazioni di diritti umani. Uno dei fini di tali misure sarebbe arginare per quanto possibile l'azione russa nel paese nordafricano.

Sia che si guardi a Washington oppure si presti orecchio a Mosca, il conflitto libico si conferma un gioco di specchi dove a mancare è una posizione chiara e coerente. Da oltreoceano arriva l'appoggio pro forma all'inerme governo di Fayez al Serraj, ricco di ben poco se non dell'investitura da parte del Palazzo di vetro e delle varie cancellerie occidentali. Al contempo, in aprile il presidente Donald Trump si congratula con Haftar per la sua campagna alla conquista di Tripoli paludata da missione antislamista, con gli Stati Uniti a porre il veto su una risoluzione del Consiglio di sicurezza per una tregua. Veto condiviso da Mosca, che ha così avallato una fiducia nel generale cirenaico pur non ammettendola apertamente. Ambiguità rafforzata dalla partecipazione di Serraj al recente vertice russo-africano di Sochi. Come già nell'intrigo mediorientale che la vede contemporaneamente amica dei nemici Siria e Turchia, anche in Nordafrica la Russia sembra optare per un cauto multipolarismo, pronta a saltare sul carro del vincitore quando esso sarà inequivocabilmente chiarito.

Ghassan Salamé, inviato UN in Libia, è convinto che l'estromissione delle potenze straniere dalla polveriera libica equivalga a togliere comburente al conflitto. Rimane da verificare la dubbia volontà di Mosca di rinunciare alla propria voce in capitolo sul paese africano e sulle sue risorse. Vista la parzialissima riuscita di iniziative precedenti quali la conferenza di Palermo – il cui unico risultato tangibile è stato appunto il riconoscimento di Haftar come parte in causa con diritto di parola – non si può escludere che la Russia organizzi un tavolo parallelo capace di avere la meglio sugli ufficiali incontri ONU. Astana docet, anche sulla sponda meridionale del Mediterraneo.

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