Petrolio & gas: il crollo dei prezzi piomba tra Russia, Arabia Saudita ed Europa

Il calo dei prezzi del settore petrolio e gas ha caratterizzato fin dall'inizio il 2020. Senza una ripresa in vista, Mosca ha adottato misure interne che hanno influito anche sui suoi rapporti esterni, in particolare quello con l'Arabia Saudita, che nei mesi precedenti era stato contraddistinto da una rinnovata sintonia.

I primi mesi del 2020 hanno visto segnare un calo costante dei prezzi nel mercato del petrolio e del gas fino a raggiungere, nel caso del secondo, livelli record al ribasso.

L'intero settore soffre per la fase di incertezza e per il rallentamento dell'economia globale, dovuto in larga parte agli effetti della diffusione del Covid19 nel continente asiatico ed europeo. Inoltre, fattore rilevante in particolare nel mercato del gas, gli inverni miti che hanno influenzato al ribasso la domanda di gas, generando dunque un eccesso di offerta sui mercati internazionali.

A fronte di queste evoluzioni i principali attori del settore si sono mossi di conseguenza cercando di adottare provvedimenti per contrastare gli effetti negativi del ribasso dei prezzi.

Mentre l'Opec si era già incontrata a febbraio scorso adottando, su impulso dell'Arabia Saudita, un taglio della produzione nell'ordine di 600.000 barili al giorno, l'Opec+, esteso ad altri Paesi, tra cui alla Russia, legata a un accordo per la produzione con la stessa Arabia Saudita, è stato caratterizzato da un grado maggiore di immobilismo, dovuto proprio alla divergenza delle posizioni al suo interno.

Il calo drastico dei prezzi del petrolio e del gas aveva fatto sorgere preoccupazioni anche sulla tenuta del sistema economico russo, i cui bilanci sono fortemente influenzati dal livello dei prezzi delle materie esportate.

In questa situazione il Presidente Vladimir Putin ha rassicurato la nazione sullo stato dell'economia e ha esposto le misure che il Governo intraprenderà per difendere i bilanci statali di fronte a un livello dei prezzi del petrolio in discesa.

La questione dell'oro nero 
La sede centrale dell'OPEC a Vienna

Fin dalla crisi dei prezzi del petrolio del 2014 la Russia ha sempre stilato il budget annuale basandolo su un basso livello dei prezzi, intorno ai 43$/barile. Ciò permette al Governo di investire il surplus di bilancio per acquistare moneta straniera da utilizzare per difendere il cambio con il rublo sui mercati monetari proprio in periodi come questi, in cui l'economia russa ,dipendente dalle esportazioni, è più esposta alle variazioni del prezzo del barile. Secondo alcune analisi, la resilienza del sistema russo è dovuta alle importanti misure di austerità, introdotte dal Governo per fare fronte alla pressione delle sanzioni occidentali e con il tempo divenute parte integrante del sistema produttivo russo.

E' proprio l'adozione di tali misure a livello interno che ha condizionato fortemente l'atteggiamento della Russia in seno ai principali organi multilaterali del settore petrolifero. Dopo che il 2019 aveva segnato il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Russia, rispettivamente il principale produttore di greggio in seno all'OPEC e dell'OPEC+, nella fase iniziale del 2020 la difficile situazione dei mercati sta mettendo in crisi l'asse tra Riyad e Mosca.

Se prima infatti i due Paesi erano interessati a una convergenza sul livello dei prezzi, soprattutto da parte saudita in vista della quotazione di Saudi Aramco sul mercato finanziario, in questo momento le misure intraprese da Mosca rendono la Russia molto più resiliente dell'Arabia Saudita alla diminuzione del livello dei prezzi.

Nella riunione dell'OPEC+ avvenuta a inizio marzo si è discusso della possibilità di adottare ulteriori tagli alla produzione che l'organizzazione voleva estendere al 2020 per contrastare gli effetti del rallentamento economico globale. Una riduzione nell'ordine di 1,5 milioni di barili al giorno – sommati ai tagli già approvati avrebbero portato la soglia a 3,6 milioni di barili giorno. Una soglia troppo elevata per Mosca, che si è opposta alla decisione facendo così incrinare non solamente la capacità di coordinamento dell'OPEC+ in quanto piattaforma allargata di riferimento per i prezzi del greggio globale, ma anche l'intesa nascente tra Arabia Saudita e Russia.

Sullo sfondo di questo confronto si fanno più insistenti le conferme secondo cui l'Arabia Saudita adotterà un nuovo regime di produzione, che ignorerà i target al ribasso previsti ma, anzi, eleverà i livelli di output in termini di quantità. Tale decisione è la reazione alla mossa russa di opporsi a un livello di produzione condiviso in seno all'OPEC+ e mira a conquistare nuove fasce di mercato puntando a una combinazione tra una produzione di 10 milioni di barili al giorno e una riduzione sul prezzo di mercato.

Il mercato del gas in Europa 

Altro fronte critico è l'esportazione del gas, soprattutto verso l'Europa. Un versante, questo, strategico per Mosca. Che ha dovuto fare i conti con le dinamiche in atto a livello internazionale. Secondo quanto emerso il 2020 si confermerà il livello record di importazioni di gas naturale liquido (GNL) fatto registrare dal vecchio continente l'anno scorso.

Tra i fattori che hanno guidato questo trend si può trovare l'aumento della produzione dello shale gas degli Stati Uniti e il calo dei consumi nel mercato asiatico – caratterizzato da inverni miti e da un crollo della produzione cinese per gli effetti del Covid19 – che ha costretto molte navi metaniere dirette verso l'Asia a cambiare rotta e dirigersi verso i porti europei.

In tale contesto si situano le dichiarazioni rilasciate dal Direttore Generale alle esportazioni di Gazprom, Elena Burmistrova. Dopo aver chiuso il 2019 con un bilancio delle esportazioni in leggero calo, dai 201,4 bcm del 2018 ai 199,3 del 2019, la società russa ha fornito una quota pari al 36% del mercato del gas europeo. La Burmistrova ha ribadito l'importanza il ruolo centrale che giocano le infrastrutture di esportazioni, tra cui il Nord Stream 2 in completamento e il Turkstream, nel contribuire ad accrescere la resilienza dell'azienda. Inoltre, Gazprom stima che parte della produzione in eccesso degli Stati Uniti verrà assorbita nell'ambito dell'applicazione della cosiddetta Fase 1 dell'accordo commerciale USA - Cina siglato lo scorso gennaio, che prevede l'acquisto da parte di Pechino di prodotti energetici prodotti negli USA per un valore di 52 miliardi di dollari nei prossimi due anni.

La delicatezza di questa fase dei mercati economici e dei prodotti petroliferi sta mettendo a dura prova le dinamiche nate nei mesi scorsi tra i principali attori del settore. Se da una parte il presidente Putin ha voluto rassicurare i mercati e la popolazione sulla tenuta del Paese in un momento di elevata incertezza, resta il fatto che è impossibile prevedere con esattezza l'evolversi della situazione e i possibili contraccolpi a livello interno e internazionale di una ulteriore discesa dei prezzi di petrolio e gas.

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