Di hackers e spy stories: le elezioni USA 2020 e le ombre del Cremlino

Nonostante il dibattito tra i candidati presidenziali durante la lunga campagna per le elezioni del 2020 sia stato monopolizzato dalla controversa gestione del Covid-19 e dalle proteste del movimento Black Lives Matter, Mosca non si è astenuta dall'attività di meddling nel processo elettorale. A differenza del 2016, però, gli USA si sono fatti trovare pronti.Enter heading here...

Il 3 novembre del 2020 il popolo americano si è recato alle urne per decidere il nome del futuro presidente degli Stati Uniti, che dovrà guidare il paese per i prossimi quattro anni. Diversamente da quanto accaduto nel 2016, l'interferenza russa nel processo democratico di selezione del leader del Paese non è stata al centro del dibattito elettorale. Ciò non significa, però, che i rivali di Washington si siano astenuti dal tentare di influenzare le preferenze degli elettori.

In base a quanto riportato dal direttore del National Counterintelligence and Security Center (NCSC), William Evanina, i servizi di controspionaggio statunitensi hanno rilevato diverse attività volte ad interferire con il naturale svolgimento delle elezioni presidenziali. Questa volta, poi, la minaccia non proveniva soltanto dalla Federazione Russa. Anche la Cina e l'Iran si sono dimostrati particolarmente attivi nel cercare di influenzare l'elettorato statunitense.

Per quanto riguarda il Cremlino, i russi hanno portato avanti operazioni su molteplici fronti.

Dal punto di vista informatico, non si sono verificati eventi di hacking eclatanti come quelli del 2016, quando Guccifer 2.0 riuscì a trafugare le email del Comitato Nazionale Democratico diffondendone poi il contenuto tramite la stampa o WikiLeaks. Stando alle parole di John Ratcliff, direttore della National Intelligence (DNI), Mosca sarebbe riuscita ad impossessarsi dei dati di alcuni elettori registrati e li avrebbe sfruttati per diffondere false informazioni con lo scopo di creare confusione e minare la fiducia del popolo americano nel funzionamento del sistema democratico.

In base a quanto riportato da Evanina, il principale obiettivo del Cremlino sarebbe stato quello di indebolire gli Stati Uniti in modo da veder diminuito il loro ruolo globale. Per farlo, come accaduto nel 2016, i russi avrebbero utilizzato ancora una volta i social network ed i troll in essi presenti. Il loro ruolo sarebbe stato quello di diffondere disinformazione, in particolare con l'intento di minare la fiducia del popolo americano in quello che a Mosca viene considerato un establishment anti-russo.

In base al comunicato stampa rilasciato dallo stesso Evanina il 7 agosto del 2020, l'intento della Russia sarebbe stato quello di screditare il candidato democratico Joe Biden, considerato la figura di punta del suddetto establishment anti-russo. Nelle parole del direttore dell'NCSC ciò sarebbe perfettamente coerente con l'atteggiamento critico del Cremlino nei confronti dello stesso Biden quando questi ricopriva la carica di vicepresidente nell'amministrazione Obama. All'epoca, egli si dimostrò un importante sostenitore dell'Ucraina e, soprattutto, si spese in prima persona per mantenere i rapporti con l'opposizione al governo di Putin. D'altronde, in un articolo scritto dallo stesso Biden su Foreign Affairs egli ha riconfermato la necessità di mantenere saldi i legami con quella parte della società russa che si oppone alle politiche del Cremlino.

Ad ogni modo, nel suo comunicato stampa, Evanina ha sottolineato come la Russia abbia cercato di aumentare le possibilità di vittoria di Donald Trump supportando fortemente la sua candidatura nei media tradizionali legati al regime ed anche nei social network.

A tale scopo, la famigerata Internet Research Agency di San Pietroburgo avrebbe anche lanciato un sito diretto ad un elettorato di sinistra che poneva dubbi sulla legittimità del percorso politico di Biden. Le attività sulle piattaforme social sembravano inoltre prestare particolare attenzione nello screditare la validità del voto postale, rivelatosi decisivo per la vittoria finale del candidato democratico.

Ma il principale tentativo di influenzare l'esito della consultazione elettorale è stato senza ombra di dubbio quello che ha visto come protagonista il membro del parlamento ucraino Andrij Derkach.

Quest'ultimo avrebbe posizioni filorusse ed un oscuro passato legato all'intelligence. Derkach fu eletto per la prima volta nelle fila del Partito delle Regioni guidato da Janukovič, considerato in Ucraina come allineato alle politiche di Mosca. Attualmente risulta eletto come indipendente, ma pare che si sia formato nell'accademia dell'FSB, uno degli apparati eredi del KGB.

L'uomo avrebbe consegnato a diverse personalità del Partito Repubblicano, all'FBI ed al capo dello staff del presidente Trump, Mulvaney, diversi documenti contenenti, secondo i ben informati, materiale scottante sugli affari di Joe Biden e del figlio Hunter in Ucraina. Pare che vi fosse persino l'audio di una conversazione intercettata tra il presidente-eletto e Petro Porošenko quando questi era alla guida dell'esecutivo ucraino.

Tra i membri del Partito Repubblicano ad aver ricevuto la documentazione parrebbe esserci anche il senatore Johnson, a capo della Commissione per la Sicurezza Nazionale e gli Affari di Governo che sta portando avanti le indagini sui rapporti tra la famiglia Biden e Kiev.

Joe Biden in visita a Kiev nel 2015 - Foto: VoiceOfAmerica

Tutti gli interessati si sono rifiutati di commentare l'episodio o hanno dichiarato di non aver ricevuto nessun incartamento. In molti casi hanno confermato la necessità di consentire alle agenzie di intelligence di vagliare documenti di questo tipo, vista la portata potenzialmente devastante di certe notizie soprattutto nelle vicinanze delle elezioni presidenziali.

Ad ogni modo, Derkach ha pubblicato alcuni dei documenti riguardanti gli affari di Biden anche sul suo sito personale, NabuLeaks. La pagina internet sembra essere totalmente incentrata sulle relazioni tra l'ex presidente ucraino Porošenko ed il Partito Democratico statunitense.

Derkach, già salito agli onori delle cronache per essersi incontrato con Rudy Giuliani proprio per discutere degli affari di Biden in Ucraina, ha smentito il proprio coinvolgimento in un'operazione di disinformazione, così come i propri legami con il Cremlino. Egli ha affermato di essere spinto soltanto dagli interessi del suo Paese, di voler combattere la corruzione dilagante a Kiev e di lavorare per il mantenimento della partnership strategica fondamentale con gli Stati Uniti. Rispetto a quest'ultimo punto, Derkach sembrerebbe aver riscosso scarsissimo successo in quanto egli è ora oggetto di sanzioni da parte del governo americano.

Il fatto che l'interferenza russa non sia stata posta al centro della campagna elettorale né da parte di Trump e nemmeno da parte di Joe Biden può derivare da diversi fattori.

Tanto per cominciare nessuno dei candidati aveva l'interesse a parlare dell'argomento. Se da un lato la Russia ha condotto attività volte ad aumentare le probabilità di vittoria di Trump, dall'altro la Cina ha fatto lo stesso in supporto a Biden e discuterne avrebbe messo in cattiva luce entrambi gli sfidanti. Inoltre, il particolare momento storico che il Paese sta attraversando a causa della diffusione incontrollata del coronavirus e delle proteste della comunità afroamericana nei confronti della polizia ha monopolizzato il dibattito politico.

Le agenzie di intelligence statunitensi, poi, hanno decisamente migliorato le proprie capacità di contrasto alle operazioni di interferenza di una potenza straniera a seguito della negativa esperienza del 2016.

In particolare, esse hanno sfruttato la strategia che Elisabeth Braw ha denominato "the Godfather" in un articolo su Foreign Policy, facendo esplicito riferimento alla fortunata pellicola di Francis Ford Coppola. L'idea alla base di tale strategia è piuttosto semplice. Durante le elezioni di medio termine del 2018, gli operatori dell'intelligence statunitense facevano intenzionalmente capire a coloro i quali venivano sospettati di condurre operazioni di hacking di essere nel mirino del governo americano, che tracciava le loro attività. Gli hacker allora abbandonavano qualunque velleità, timorosi di essere direttamente fatti oggetto di un'indagine penale e, come conseguenza, di sanzioni. Se un hacker pensasse, infatti, che la rappresaglia del governo americano fosse diretta contro di lui e non contro lo Stato russo o la Cina, sarebbe decisamente più preoccupato.

Nel contrastare le attività di hacking, le autorità di Washington sono state aiutate anche dalle principali imprese tecnologiche del Paese, che hanno rafforzato i propri protocolli in materia di cybersecurity e protezione della privacy da un lato e lottato alacremente contro la diffusione di fake-news dall'altro.

Dal canto suo il Dipartimento di Stato ha garantito premi fino a 10 milioni di dollari per coloro i quali avessero denunciato individui coinvolti nelle attività di meddling.

In conclusione, è possibile affermare che i tentativi di Mosca di interferire con il regolare svolgimento delle elezioni presidenziali non abbiano raggiunto i risultati sperati dal Cremlino. Ciononostante non bisogna cadere nell'errore di sottostimare l'operato di Mosca, che ha avuto successo rispetto all'obiettivo più generale di mantenere altamente polarizzata la società civile statunitense, sfruttando le profonde divisioni interne al Paese. Una nazione divisa è una nazione debole e la Russia ha tutto l'interesse ad avvantaggiarsi nei confronti di un egemone in difficoltà, concentrato nella risoluzione dei propri problemi domestici.

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