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Home Politica estera russa

Dagli Zar a Putin, elementi di continuità nella politica estera russa

di Pietro Figuera
27 Luglio 2018
in Politica estera russa, Relazioni internazionali 2018, Storia e Religione
Tempo di lettura: 7 mins read
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A cento anni dalla fine della dinastia dei Romanov, non mancano le rievocazioni e i paralleli storici tra la Russia imperiale e quella moderna. Anzi, nemmeno prima erano mancati, dato che Putin è costantemente celebrato come “nuovo zar” dalla stampa (in un eterno ritorno di simboli che, soprattutto in Occidente, prova a celare un’evidente assenza di fantasia).

Mentre l’accostamento tra figure storiche può essere un esercizio divertente ma relativamente sterile (peraltro mai associare Putin a Nicola II: il primo potrebbe esserne abbastanza contrariato), lo stesso non può certo dirsi per idee, atteggiamenti, movimenti politici. Nello specifico, può essere interessante confrontare l’imperialismo russo zarista con quello attualmente portato avanti dalle élites al potere nel Cremlino. O, più in generale, i principi che muovono da secoli la politica estera russa, prescindendo dai contingenti regimi.
Solitamente, quando si pone la questione del revisionismo imperialista russo, i riferimenti storici sono tutti rivolti all’era sovietica. Un po’ per vicinanza cronologica, un po’ per fini retorici (Stalin rappresenta il male assoluto nel mondo anglosassone), un po’ per una reale attinenza: il regime comunista ha portato l’influenza di Mosca ai suoi massimi storici, e il suo crollo ha comportato “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”, secondo Putin. In effetti, la frustrazione della Russia deriva dalla sua drastica perdita di rango seguita agli anni Novanta, più che da nostalgiche memorie di un passato zarista che nessun russo vivente può ricordare.
Eppure molte delle azioni, delle strategie o dei pensieri elaborati oggi al Cremlino discendono direttamente o indirettamente da quel passato. Vediamo quali.
Occidentalisti vs Slavofili
Innanzitutto, partiamo dalla collocazione internazionale della Russia. Chiusasi (definitivamente?) l’era in cui Mosca ha rappresentato il “Secondo Mondo”, ovvero un polo d’attrazione globale realmente alternativo all’Occidente, sono riaffiorati vecchi dilemmi sull’identità nazionale: la Russia fa parte della civiltà occidentale, e come tale deve seguirne gli sviluppi (sia culturali che politici)? Oppure è definibile come un mondo a sé, basato sull’identità ortodossa e slavo-bizantina (in contrapposizione con quella romano-germanica) e deve intraprendere una via autonoma? In altre parole, si è riaperta la diatriba che ha tenuto banco tra gli intellettuali e i politici russi del XIX secolo, quella tra “occidentalisti” e “slavofili”, una questione mai del tutto risolta. Se nell’era di El’cin, benché a fasi alterne, sembrò che i primi avessero preso il sopravvento (in particolare con Kozyrev ministro degli esteri), negli anni successivi, ancor prima di Putin (già con il governo Primakov), a Mosca si è cominciato a imboccare la seconda via. Ovviamente semplificando molto i concetti, giacché ad oggi queste correnti hanno nomi differenti. Il dibattito oggi è tutt’altro che esaurito, anche perché si è aggiunta la componente degli eurasiatisti (i cui prodromi, anche qui, si erano visti già in epoca zarista), più inclini a vedere la Russia come un attore principalmente asiatico.
 
Un modello autocratico da esportare
Dal punto di vista del regime politico, la Federazione russa non è assimilabile all’impero zarista scomparso cento anni fa. Benché la prima non sia certo un modello di democrazia e libertà, gli attuali cittadini russi godono di diritti economici e sociali inimmaginabili nell’era dell’Ochrana (la polizia segreta imperiale). Tuttavia, oggi come un secolo fa, in molti campi la Russia è rimasta indietro rispetto a buona parte d’Europa. La repressione verso gli oppositori politici e le restrizioni dei diritti civili continuano a destare scandalo e proteste in Occidente, ma nel perseguimento e nella condivisione del suo modello semi-autocratico Mosca cerca (e trova) sponde, specie nella parte orientale del continente europeo. Duecento anni fa lo zar Alessandro I costituiva la Santa Alleanza con Prussia e Austria, uno strumento che permise alle forze reazionarie di imporre il proprio volere anche oltre la durata formale dell’accordo. Oggi i reazionari si chiamano sovranisti, e l’unica Restaurazione in atto (o meglio, in potenza) è quella dell’influenza russa in Europa. In comune rispetto ad allora vi sono due elementi: la centralità della Russia nel mondo conservatore e l’adesione puramente volontaria ed ancorata ai valori dei Paesi che la prendono a modello. Ironicamente, l’esatto opposto del Patto di Varsavia, l’altro grande sistema di influenza di Mosca in Europa.
L’interesse verso i mari caldi
Tutti ricordano il ruolo sovietico nel Mediterraneo durante la Guerra fredda, dalla crisi di Suez all’appoggio al regime siriano di Hafez al-Assad. Sono in meno a conoscere le origini storiche di un interesse che è maturato secoli prima della competizione bipolare con gli Stati Uniti. Senza scavare troppo a fondo, basti pensare che la famosa “Questione d’Oriente” era legata in gran parte alle velleità espansionistiche russe nell’area, manifestatesi con le richieste più o meno esplicite di un controllo degli Stretti turchi. Ebbene, tale interesse non si è mai sopito, anzi – come sa bene chi segue anche solo un minimo la guerra in Siria – negli ultimi anni ha avuto tanti motivi per accrescersi. L’accesso al Mediterraneo orientale non è un semplice vezzo imperialistico di Mosca, ma per ragioni squisitamente geopolitiche ha sempre costituito un imperativo strategico. I motivi sono presto detti: sopravvivenza commerciale e possibilità di approvvigionamenti (i mari nordici sono meno accessibili); collegamento militare tra Flotta del Baltico e Flotta del Mar Nero; influenza politica oltre il proprio estero vicino slavo. In aggiunta vi è la componente religiosa: la protezione dei cristiani in Medio Oriente, foraggiata anche dalle autorità ecclesiastiche ortodosse, è un tema che ha sempre ottenuto una particolare attenzione tra le élites al potere in Russia. Con l’eccezione, anche qui, del periodo sovietico.
La protezione degli Slavi
Non solo i cristiani d’Oriente: ad ottenere una speciale protezione da parte dei russi ci sono sempre stati anche gli Slavi, appartenenti ad un altro Oriente, quello europeo. Un’affinità che politicamente è stata realmente significativa solo nei confronti dei popoli sia slavi che ortodossi, di cui a dire il vero non ci sono moltissimi esempi nel nostro continente. Una storia relativamente poco conosciuta: nel 1878 i russi intervengono nella loro ultima guerra diretta unicamente contro gli ottomani, favorendo così l’indipendenza della Bulgaria. Da allora, al netto di certi momenti, i due Paesi conosceranno una profonda sintonia, favorita anche dall’uso comune del cirillico. Ben più nota è la difesa russa della Serbia, che di fatto pose le condizioni per lo scoppio della Prima guerra mondiale. Oggi le convergenze politiche con tali Paesi non sono sempre facili, ma la protezione generica degli slavi è stata sostituita con quella più specifica dei tanti russi che vivono al di fuori dei confini della Federazione (una condizione che, nel vastissimo impero multietnico zarista, era praticamente inesistente). Molti degli sforzi internazionali del Cremlino sono diretti verso la tutela delle minoranze russofone, specie nei Paesi più a rischio (Ucraina e Baltici su tutti). Oggi come allora, un errore di valutazione nel loro trattamento rischia di provocare un conflitto su larga scala.
Russofobi di tutto il mondo, unitevi
Per ultimo, un elemento in cui la Russia ha un ruolo relativamente passivo: la russofobia. Se non fossero cambiate le mode grafiche e i mezzi di stampa, oggi probabilmente vedremmo sui giornali le stesse vignette satiriche di cento (e anche duecento) anni fa: mappe dell’Europa con un gigantesco orso aggressivo a rappresentare la Russia, quando va bene, o un simpatico rullo compressore pronto a spazzare via il resto del continente. Non che la Russia non abbia mai fatto nulla per meritarsi questa fama, ma certe esagerazioni appaiono (e restano anche nella storia) come tali. Le origini della russofobia sono antiche e richiederebbero ben più ampie trattazioni di queste poche righe, tuttavia in estrema sintesi possiamo affermare che derivano da un pregiudizio culturale ed etnico (viziato dall’eurocentrismo: i russi non sono del tutto europei), da una malintesa interpretazione delle forze militari (considerate, sia sotto gli zar che sotto Putin, ben più forti delle proprie reali capacità) e da una scarsa comprensione della volontà politica di Mosca. Tutti, o quasi, elementi che si sono tramandati automaticamente fino ad oggi, con la solita parentesi sovietica in cui il nemico da abbattere era l’ideologia comunista. A fronte di evidenti minacce o azioni (l’acquisizione della Crimea e il tentativo di minare l’unità europea, oggi; l’espansione territoriale e demografica e la repressione di alcuni nazionalismi “interni” come quello polacco e quello finlandese, durante il XIX secolo), la reazione occidentale è apparsa spesso contraddittoria o sproporzionata, e soprattutto continua ad essere guidata da interessi opportunistici più che da ragioni ideali.
Le assonanze non finiscono qui, ma non abbiamo la pretesa di fare un elenco esaustivo.
In generale, possiamo dire che la Russia storicamente riesce a sfruttare i vantaggi relativi alla sua posizione di rendita, anche quando a malapena ne raggiunge i requisiti. Nell’Ottocento come oggi, la sua potenza militare era sovrastimata e in pochi invece avevano intuito le conseguenze del suo declino socio-economico. Persino alla fine della Guerra fredda, negli anni Ottanta, erano in pochi a scommettere sul collasso dello Stato sovietico*.
La principale differenza, rispetto a queste due epoche, sta nella percezione delle classi dirigenti. Convinte di poter dimostrare la propria presunta superiorità militare allora, ben più consce dei propri limiti e dunque accorte oggi. Non a caso, l’uso della diplomazia è molto più vivace (ed efficace) di un tempo, grazie anche ad un pragmatismo che consente adesso ai russi di parlare con tutti o quasi gli attori globali. In più, Mosca è riuscita a costruirsi un’immagine plurivalente, non limitata solo alla difesa di certi valori tradizionali, ma aperta anche alle istanze più varie, come appare ormai palese in Medio Oriente. Un esercizio essenziale in un mondo multipolare, nel quale non si può prescindere dal confrontarsi con realtà culturalmente e politicamente distanti. Al netto di qualsiasi ideologia o paradigma, la difesa degli interessi nazionali resta oggi l’unica stella polare della politica estera russa.​
 

*Paradossalmente, nell’unico momento in cui buona parte del mondo non ha creduto nelle capacità di Mosca, ovvero durante la Seconda guerra mondiale, i sovietici sono riusciti a conquistare la loro più brillante e difficile vittoria.​


Tags: imperialismopolitica esterarussofobiazar
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Pietro Figuera

Pietro Figuera

Fondatore di Osservatorio Russia. Laureato in Relazioni Internazionali presso l’Alma Mater di Bologna e in seguito borsista di ricerca con l’Istituto di Studi Politici S.Pio V, si è specializzato in storia e politica estera russa, con particolare riferimento all’area mediorientale. Autore de “La Russia nel Mediterraneo: Ambizioni, Limiti, Opportunità”, collabora con diverse realtà, tra cui la rivista Limes, il Groupe d’études géopolitiques e il programma di Rai Storia Passato e Presente. Leggi i suoi articoli anche su: Limes, Le Grand Continent, TPI, Pandora, VDJ

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