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Home Politica estera russa

Gli ebrei russi e le elezioni in Israele

di Marco Limburgo
8 Aprile 2019
in Politica estera russa, Russia
Tempo di lettura: 7 mins read

Le elezioni del 9 aprile in Israele non saranno decisive solamente per comprendere quale forma prenderà la politica estera ed interna israeliana nei prossimi anni, o se Netanyahu riuscirà a consolidare la sua posizione al vertice proseguendo politiche controverse e di forte opposizione alla pacificazione, ma riguarderanno in primis lo status delle diverse compagini demografiche ebree, di cui non si possono non menzionare gli ebrei originari della Russia o delle repubbliche sovietiche. Tra identità, separazione, legami con la cultura russa o costante assimilazione, il contributo del settore demografico russo sarà fondamentale nel delineare l’ascesa o la caduta delle forze politiche che entreranno a far parte della Knesset.  

Chi sono gli ebrei russi? 

Gli ebrei di origine sovietica sono giunti in Israele nel corso di tre diverse ondate migratorie e hanno fortemente modellato l’identità, la politica e il presente di questo Paese.

Nel corso della sua storia Israele è stato, e tuttora rimane, un mosaico di culture, religioni e identità. All’interno della compagine maggioritaria degli ebrei si sono delineate differenti tribù, espressione della provenienza geografica, della visione religiosa o delle vicissitudini storiche che la giovane nazione ha affrontato nel corso dei decenni postieri al 1948, anno dell’agognata indipendenza. Ashkenaziti, Sefarditi, Mizrahi, Falascià i quattro schieramenti etnici che si distribuiscono sull’affollata mappa del piccolo Paese mediorientale, tutti e quattro esponenti di diversa origine etnica e con conseguente ruolo sociale differente: ebrei di ceppo tedesco o europeo orientale prevalentemente laici i primi, mediterranei (spagnoli, italiani o turchi) i secondi, mediorientali e maggioritari ma tradizionalmente religiosi e conservatori i terzi mentre i Falascià (ebrei etiopi) costituiscono tuttora la compagine ebraica più emarginata.

Tante le differenze religiose lungo linee di faglia di origine storica e sociale tra i laici, i conservatori, i riformati, gli ultraortodossi nazionalisti e gli Haredi. All’interno di questo mélange etnico-religioso si inserisce pienamente la compagine degli ebrei di origine sovietica la quale, con all’incirca un milione di esponenti, costituisce più del 10% della popolazione dello Stato ebraico. Giunti in Israele nel corso di tre ondate emigratorie (periodo precedente la seconda guerra mondiale, post 1991 e dal 2000 fino ad oggi) hanno fortemente modellato l’identità, la politica e il presente di Israele. La caduta dell’Unione Sovietica e le profonde difficoltà economico-sociali dell’era El’cin hanno dato il via ad un impressionante esodo che, seppur rallentato (e secondo alcune fonti invertito), continua tutt’ora.

Ottocento mila ebrei prevalentemente secolarizzati, professionisti laureati o attivisti contribuirono a rinforzare l’elemento demografico ebraico della nazione a scapito della compagine araba e a rilanciarne l’economia. La legge del ritorno, emanata dalla Knesset, ha consentito l’ingresso di decine di migliaia di parenti e consorti di debole o nulla discendenza ebraica, diluendone l’identità. Giunti in Israele con un pesante fardello nel bagaglio culturale hanno mostrato notevoli difficoltà ad integrarsi nel tessuto sociale mantenendo forti legami con la patria di origine o chiudendosi in ghetti fisici, linguistici e mentali che solo recentemente si stanno erodendo. Fare tappa ad Ascalona, nei sobborghi orientali di Haifa e Tel Aviv o nella colonia Cisgiordania di Ariel è un viaggio nei sapori, nelle tradizioni e nel retaggio dell’Unione Sovietica tra musica popolare, insegne in cirillico e consuetudini slave, mentre è possibile informarsi sull’attualità politica con appositi quotidiani nella lingua di Puškin o seguendo Canale 9, voce della comunità molto attenta a tutto ciò che succede al Cremlino.

L’esperienza o la memoria sovietica ha inoltre modellato le consuetudini e le idee religiose e politiche della minoranza che in genere presenta più elevati tassi di secolarizzazione, se non di aperto ateismo. Religiosamente, la stragrande maggioranza degli ebrei nati nell’ex Unione Sovietica (81%) si auto identifica come laica rispetto al 49% di tutti gli ebrei israeliani. Questo fatto è molto evidente quando si analizzano le loro opinioni su religione e politica: gli ebrei russi sono categoricamente contrari al coinvolgimento religioso nel governo. Circa otto su dieci dicono, in generale, che la religione dovrebbe essere tenuta separata dalle politiche del governo (79%) e sono in prima fila nell’opposizione alle richieste nazionaliste -religiose a favore della halakha (legge ebraica). Esiste quindi un abisso tra le visioni e priorità di questo spaccato demografico e le restanti compagini della popolazione ebraica meno secolare, più orientata politicamente e religiosamente. 

Come votano? 

L’ex ministro della difesa Avigdor Lieberman

La vivacità politica e la compattezza demografica ne ha fatto un bersaglio ideale delle iniziative politiche delle diverse compagini. Dopo un iniziale sostegno ai laburisti di Barak, il fronte degli ebrei russi si è prepotentemente spostato su idee, piattaforme e tematiche securitarie e identitarie afferenti all’universo della destra moderata o estrema. I russi d’Israele sono tra i principali fautori dell’ascesa del Likud, dal 1977 ad oggi, nella vita politica di Gerusalemme allineandosi al voto dei concittadini, spinti da un sentimento di solidarietà e riconoscenza. Il refusenik ( cittadini ebrei sovietici a cui veniva rifiutato il permesso di espatrio) Nathan Sharansky fondò nel 1995 Israel Ba-Aliya, primo partito etnico per la compagine russa come strumento per migliorare l’integrazione, la condizione e i diritti della comunità in Israele, ma con il chiaro intento di capitalizzare elettoralmente il peso demografico della stessa. Testimone raccolto dall’ex ministro della difesa e falco Avigdor Lieberman (in foto), fondatore controverso del partito Ysrael Beitanu (יִשְׂרָאֵל בֵּיתֵנוּ , lit. Israel la nostra casa) che promuove gli interessi secolari, il sionismo revisionista, populismo di destra e si oppone ad ogni possibile linea morbida contro il terrorismo di Hamas. 

Le dimissioni di Lieberman e l’uscita dall’attuale governo Likud hanno reso necessarie le elezioni del 9 aprile, alle quale il partito parteciperà in solitaria rischiando però di non entrare in parlamento finendo sotto la soglia del 3,25%, necessaria per ottenere un seggio. L’exploit alle elezioni del 2009, in cui il partito conquistò ben 15 seggi, appare lontana rispetto agli attuali consensi, sintomatici non solo di una crisi nella leadership del maggiore partito russofono (recentemente indebolito dalla scissione dell’ala moderata) ma anche di un cambio di rotta dell’elettorato in questione che progressivamente si allinea con le altre fasce demografiche, allontanandosi dalle prerogative settarie e identitarie fino ad ora patrocinate. 

Il blocco elettorale russo oramai è fortemente rappresentato nel Likud (l’attuale speaker della Knesset, refusenik e precedentemente membro del partito di Sharansky Yuli-Yoel Edelstein è di chiara discendenza ucraina), nella galassia dei partiti di estrema destra o potrebbe premiare la novità rappresentata dalla candidatura mista dei generali Benjamin Gantz e Moshe Yaalon e del giornalista Yair Lapid, a capo della cosiddetta coalizione Bianco Blu ( כחול לבן‎, Kahol Lavan), unica in grado di impensierire l’esperto Netanyahu. La progressiva, seppur lenta, assimilazione degli ebrei di origine russa all’interno del tessuto nazionale rappresenta il tramonto del blocco demografico russofono tendenzialmente orientato a destra e la parcellizzazione del voto di questi all’interno di dinamiche non più demografiche ma sociali ed economiche.  

Il fattore Putin e la “russkaja ulica” 

Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu

 La forza demografica della compagine ebraica russa non poteva essere ignorata dai calcoli politici del presidente Putin e dalla nuova assertività della Russia in Medio Oriente. Putin non ha mai mancato di garantire il proprio supporto verso quelli che considera come concittadini, componente essenziale di quel “Russkij Mir (mondo russo)” che lega in una comune spirituale tutti i popoli portatori di identità e cultura russa nel mondo e tassello fondamentale della strategia di soft power del Cremlino. Diverse, vivaci e in crescita gli istituti di lingua e cultura russa in Israele, mentre si espandono vitali legami economici transnazionali tra gli oligarchi vicini alla Duma che fanno affari con compagnie israeliane. La preservazione, la vitalità e il futuro della “russkaja ulica” (come viene usualmente definito il mondo degli ebrei russi in Israele) è anche uno dei motivi della consolidata convergenza tra Mosca e Gerusalemme in politica estera anche a scapito del riluttante partner iraniano. Le attenzioni di Putin sono ampiamente ricambiate all’interno di Israele, dove il leader conosce tassi di popolarità molto alti e permane l’idea di sovietica memoria della necessità di un leader forte e carismatico in contesti di criticità.

Tags: elezioniIsraeleRussiarusskaja ulicaRusskij Mir
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Marco Limburgo

Marco Limburgo

Da sempre appassionato di storia, letteratura e politica internazionale si laurea a Bologna in Storia Contemporanea e decide, successivamente, di trasferirsi a Forlì per studiare Scienze Internazionali e Diplomatiche, dove si laurea nel 2020. Socio fondatore di Osservatorio Russia, contribuisce al progetto con analisi inerenti all’Asia Centrale e alle relazioni tra Medio Oriente e Russia, nonché curando la rubrica di approfondimento storico Smolensk, di cui è coordinatore.

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