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Home Energia e Ambiente

Stabilità e sicurezza, il sogno proibito di Mosca per una “OPEC del gas”

di Redazione
14 Novembre 2020
in Energia e Ambiente, Politica estera russa, Politica interna e società russa, Russia
Tempo di lettura: 6 mins read
L’esodo dalla steppa. Storia e declino dei russi in Kazakistan
“Cooperazione internazionale – percorso per la sicurezza energetica del pianeta” Fonte: Ministero Russo dell’Energia

In un recente intervento, l’ex Ministro Aleksandr Novak è tornato sul tema della possibilità di creare una “Opec del gas”. Un tale organismo permetterebbe alla Russia, e ad altri Paesi interessati, di limitare le incertezze crescenti del mercato del gas, la riduzione di importanza dei contratti di lungo periodo, la crescita del ruolo del LNG e delle fonti rinnovabili. Ma qualcuno, come il Qatar, non la pensa come la Russia.​

Nel corso di un vertice virtuale tra la Federazione Russa e i rappresentanti dell’OPEC, il 3 novembre scorso l’allora ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak, ora nominato vice Primo Ministro nel rimpasto di governo di inizio novembre, ha fatto appello a una maggiore cooperazione tra l’OPEC e il Gas Exporting Countries Forum (GECF). La medesima linea politica è stata espressa dal neo ministro dell’Energia russo Nikolai Shulginov, intervenuto alla 22° riunione ministeriale del GECF il 12 novembre.

La dichiarazione arriva in un momento di difficoltà per l’intero settore energetico, ancora una volta alle prese con i contraccolpi sul lato della domanda dovuti alle conseguenze economiche dell’impatto della seconda ondata di Covid-19 sui singoli Paesi. La scorsa primavera, Russia e Arabia Saudita erano state al centro di un importante accordo in seno all’Opec+ che aveva permesso il taglio della produzione di petrolio e che aveva arrestato il declino dei prezzi del barile.

Non è la prima volta che Novak torna sul tema dell’introduzione un’istituzione di dialogo e coordinamento tra i principali produttori di gas mondiali, sulla scia del modello offerto dal GECF. Si tratta di un sistema che coinvolge undici membri (oltre alla Russia, altri importanti player del settore come Qatar, Algeria, Nigeria, Emirati Arabi, Iran, Indonesia, Venezuela) e nove osservatori tra cui Norvegia e Azerbaigian — Paesi con in mano grosse fette di mercato, adesso e in futuro. In totale i Paesi parte del GECF controllano il 72% dei giacimenti di gas naturale conosciuti, il 55% del volume delle esportazioni via gasdotto e il 61% di quelle di GNL.

XXII Forum dei Paesi esportatori di gas (GEFC). Fonte – GEFC.org

Perché non esiste già una “OPEC del gas”? 

Molti analisti hanno definito la struttura del GECF come un “OPEC del gas”. In realtà il Forum è un’istituzione più leggera, che agevola il dialogo tra Paesi produttori di gas, ma che non ha lo scopo di coordinarne gli output in ottica di mercato. Non è un cartello dunque. Ma quindi perché non esiste, ad oggi, un “OPEC del gas”, dato l’importanza di questa commodity a livello energetico, ma soprattutto, politico?

Il mercato del gas presenta delle caratteristiche diverse rispetto a quelle del petrolio. Fino a pochi anni fa il mercato era caratterizzato da contratti di acquisto di lungo periodo. Tale fattore è dovuto principalmente alle caratteristiche della materia, il gas viene esportato via pipeline, che permette dunque una programmazione e una sicurezza di approvvigionamento maggiore. In breve si può dire che per il gas conta sempre meno il fattore geografico – collegamento attraverso infrastrutture fisse – e sempre più il prezzo della molecola – grazie a nuovi meccanismi di compravendita.

Un gasdotto è un’opera infrastrutturale complessa che comporta sfide non solo ingegneristiche ma, anzi soprattutto, politiche. E’ il caso della realizzazione del gasdotto Turkstream e delle tensioni a tre tra Washington, Berlino e Mosca sorte attorno al completamento dell’ultimo tratto del Nord Stream 2.

Sul lato dell’approvvigionamento va notato come sia in atto un’altra mutazione. In questi anni molti dei principali contratti di fornitura via pipeline sono in scadenza – vedi Ucraina – e le negoziazioni hanno portato a scegliere opzioni di fornitura con un’estensione temporale e un volume minore (un altro caso è quello dell’Algeria: Enel nel 2019 ha rinnovato i contratti per una durata inferiore e con un volume più che dimezzato, da 7 bcm a 3 bcm, rispetto al regime precedente).

Altro importante fattore è l’evoluzione del settore dell’LNG. Il trasporto di gas liquefatto richiede nuove infrastrutture – terminali di liquefazioni, portuali e di rigassificazione – ma permette anche una maggiore flessibilità. Una volta in mare, la nave può dirigere il suo carico verso il mercato che offre le condizioni migliori, rispetto invece a una pipeline che presenta un percorso fisso. E’ su questo che stanno puntando molti paesi – Russia in primis, con il progetto Artic 2 sviluppato da Novatek in Siberia.

A fronte di tali sviluppi restano le incertezze rispetto a un mercato del gas non solamente in difficoltà nell’anno in corso, ma anche in prospettiva di medio periodo. Secondo le previsioni dell’IEA il consumo di gas al 2030 subirà una flessione dell’8% per via dell’attuazione delle politiche ambientali legate alla transizione energetica e alla maggiore penetrazione delle rinnovabili nei mix energetici. I mercati asiatici resteranno un punto di riferimento, trainando il consumo mondiale, ma alcuni di questi Paesi sono molto sensibili alle variazioni del prezzo della materia e potrebbero tornare a fare ricorso al carbone – per brevi periodi – nel caso il prezzo salisse. Anche nel continente asiatico, come soprattutto in Europa, resta il tema delle rinnovabili – dalla generazione elettrica al biogas – che occuperanno un ruolo sempre maggiore in sostituzione alle fonti fossili nei mix energetici nazionali

Il maggiore ruolo dell’LNG, le politiche energetiche che spingono verso energie pulite, i contratti di lungo termine di export in via di scadenza sono tutti elementi che contribuiscono ad aumentare l’incertezza rispetto alle prospettive di evoluzione del mercato del gas. Di fronte a queste incognite, la creazione di un’istituzione preposta al dialogo e al coordinamento delle politiche di esportazione, un cartello, su stampo dell’OPEC potrebbe favorire quei Paesi che puntano a massimizzare i profitti, non solo commerciali, dalla vendita del gas. Ecco dunque perché la Russia, ciclicamente, torna a proporre una soluzione simile. 

I diversi modelli di esportazione di Russia e Qatar

Secondo molti analisti, la visione della Russia è in contrapposizione a quella del Qatar. Durante il periodo più critico della caduta dei prezzi del gas la scorsa primavera, la Monarchia araba non ha ridotto il proprio volume di produzione, puntando comunque a vendere quanto più gas possibile senza guardare al prezzo.

Dietro la scelta del Qatar c’è chi ha visto una scelta strategica. Sono molti i progetti, soprattutto LNG, in attesa di trovare i finanziatori per la loro realizzazione. A partire da Artic 2 sono molti i progetti legati all’LNG in cantiere e che attendono di trovare gli investimenti necessari al loro completamento. Adottando un comportamento contrario a quello degli altri Paesi produttori, il Qatar ha voluto mostrare che il mercato del gas presenta ancora delle incertezze e che possibili investimenti futuri potrebbero non essere remunerativi. In questo modo ha lanciato un chiaro segnale alla concorrenza facendo sapere che Doha è pronta a partecipare anche senza dover conformare i propri prezzi a quelli di un eventuale cartello.

La strategia della Russia sembra dunque chiara. Tuttavia i principali driver per la realizzazione di un “Opec del gas” restano legati alle evoluzioni del mercato, anche alla luce dei cambiamenti introdotti non solamente dall’impatto del Covid-19 ma, soprattutto, degli obiettivi energetici al 2040.

Nikos Belomor

Tags: gasOPECpetrolioRussia
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