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Home Politica e Istituzioni

Il dissenso che il Cremlino non vuole misurare: il caso Jabloko

di Redazione
1 Settembre 2026
in Politica e Istituzioni, Russia, Società e Cultura
Tempo di lettura: 9 mins read
Il dissenso che il Cremlino non vuole misurare: il caso Jabloko

L’esclusione di Jabloko dalle elezioni per il rinnovo della Duma non cambierà gli equilibri politici all’interno del Parlamento russo. Il partito pacifista e liberale, infatti, non avrebbe ottenuto un numero significativo di seggi. La sua estromissione, tuttavia, indica fino a che punto il Cremlino sia disposto a tollerare un’opposizione che, pur non rappresentando una minaccia diretta, rischia di offrire uno spazio politico al dissenso contro la guerra.

Il 10 agosto la Corte Suprema della Federazione Russa ha stabilito che Jabloko (“mela”, in russo) non potrà partecipare alle elezioni per il rinnovo della Duma, la camera bassa del Parlamento. Una settimana dopo, esaminando il ricorso presentato dal partito, la Corte ha ribadito il divieto, escludendo dalla competizione elettorale l’unica forza politica contraria alla guerra in Ucraina. Il verdetto è arrivato dopo che, a fine luglio, la Commissione Elettorale Centrale aveva dato il via libera alla registrazione della lista dei candidati di Jabloko. L’ammissione era stata accolta con stupore, viste le proposte del partito, ma pochi giorni dopo un partito nazionalista e filo-Cremlino, Rodina, aveva presentato un ricorso dinanzi alla Corte Suprema, accusando Jabloko di una serie di violazioni commesse in campagna elettorale.

La prima accusa ha riguardato il sostegno pubblico a un’organizzazione estremista, con riferimento alla scelta di Jabloko di esprimersi contro la persecuzione delle persone LGBTQ+ nel Paese e di divulgare sul proprio sito web contenuti a sostegno del “Movimento LGBT internazionale” – il quale era stato già dichiarato estremista dalla Corte Suprema nel 2023.

La richiesta di un cessate il fuoco in Ucraina nel programma elettorale del partito, invece, è stata interpretata da Rodina come un invito a violare l’integrità territoriale della Russia, perché avrebbe impedito la conquista finale del Donbass, considerato da Mosca come parte integrante della Federazione. La Corte Suprema non ha accolto queste accuse, limitandosi a non prenderle in considerazione e rilevando che avrebbero dovuto essere affrontate in processi differenti.

Rodina ha anche sostenuto che Jabloko avesse violato le leggi sul copyright, dopo che un alto membro del partito aveva citato, nel corso di un’intervista, i versi di alcune popolari canzoni sovietiche. Su questo punto, il tribunale ha riconosciuto la violazione, ritenendo che Jabloko avrebbe dovuto ottenere il consenso dei titolari dei diritti.

Infine, il partito nazionalista ha affermato che, dopo il via libera della Commissione Elettorale Centrale, migliaia di post a sostegno di Jabloko erano apparsi sui social media. Alcuni di questi si erano diffusi su reti bloccate nel Paese, attraverso persone e progetti designati dalle autorità russe come “agenti stranieri”. Esaminando i post, Rodina ha notato simboli di propaganda elettorale riconducibili al partito e lo ha accusato di averli finanziati con soldi al di fuori del proprio fondo elettorale.

L’accusa non ha fornito prove dell’utilizzo di fondi terzi da parte del partito, mentre Jabloko ha affermato che la dirigenza non avesse approvato né commissionato queste pubblicazioni. La corte, tuttavia, si è espressa contro la difesa, riconoscendo il ruolo di Jabloko nella diffusione dei contenuti a suo sostegno e affermando che non avrebbe certamente potuto finanziare la pubblicazione dei post con i fondi della sua campagna elettorale. Per questo, il giudice ha ritenuto che il partito abbia fatto uso di fondi non dichiarati.

Nel corso del processo, inoltre, la Commissione Elettorale Centrale è stata chiamata a presentare un rapporto del Servizio federale russo di monitoraggio finanziario, secondo cui Jabloko aveva  ricevuto denaro da persone che a loro volta avevano ricevuto fondi dall’estero. Secondo quanto dichiarato dagli avvocati della difesa, il partito avrebbe restituito le donazioni non conformi ai requisiti della legge elettorale ai mittenti, ma il Tribunale ha sentenziato che non era stata presentata alcuna prova di tali rimborsi e stabilito che il partito dovesse essere dichiarato ineleggibile.

La storia di Jabloko

Per comprendere che ruolo giochi Jabloko al giorno d’oggi e cosa significhi la sua esclusione dalle elezioni, è necessario ripercorrere la sua storia, risalente ai primi anni dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Jabloko, infatti, è comparso per la prima volta alle elezioni del 1993, guidato dall’economista Grigorij Javlinskij. Fin da subito il partito si è presentato come un’alternativa democratica al regime di El’cin, criticato per la gestione del governo, la corruzione dell’élite e la tendenza del presidente a limitare i poteri del Parlamento.

Riguardo al futuro del Paese, Jabloko sosteneva l’adozione di un mercato libero ma temeva che questo potesse avvenire a danno delle fasce più fragili della società, paventando il rischio che la gestione di settori come la ricerca scientifica, l’educazione, la sanità o la cultura finisse per essere lasciata alla mercè delle forze del mercato stesso. Nel programma ufficiale adottato nel 1995 dichiarava di essere un movimento democratico, impegnato nella creazione di uno Stato basato sulla rule of law dotato di un mercato moderno, di un’economia solidale e di forze armate adeguate per il Paese.

Dopo l’arrivo al potere di Vladimir Putin, il partito è riuscito a sopravvivere come opposizione liberale legalmente riconosciuta nel sistema politico gestito dal Cremlino. Negli anni a seguire Jabloko ha potuto partecipare a diverse legislazioni locali e regionali, ma è stato progressivamente marginalizzato dalla vita politica del Paese e dalle elezioni generali. Proprio gli scarsi risultati nei consensi hanno permesso a Jabloko di continuare a presentarsi alle varie tornate elettorali, senza rappresentare un rischio concreto per il governo che, anzi, se ne è servito per dimostrare l’esistenza di un’opposizione. Già nel 2025, però, fonti vicine all’amministrazione presidenziale avevano suggerito che difficilmente il partito sarebbe stato ammesso alle elezioni parlamentari, temendo che potesse diventare non solo un punto di ritrovo per le figure moderate dell’opposizione rimaste nel Paese, ma anche un megafono per la voce dell’opposizione in esilio.

Un esperimento controllato (ma finito male)

Per spiegare l’improvviso cambio di rotta che ha permesso (in un primo momento) a Jabloko di correre alle elezioni, bisogna leggere le dichiarazioni rilasciate a Meduza da alcune fonti vicine al Cremlino. Secondo le indiscrezioni, la registrazione di un partito pacifista per il rinnovo della Duma non è stata una scelta casuale, ma rifletteva la volontà del Cremlino di vedere cosa sarebbe accaduto se Jabloko avesse lanciato una campagna elettorale, ipotizzando che una forza politica pacifista avrebbe sottratto voti al Partito Comunista Russo e indebolito ulteriormente l’opposizione. Quando il partito è cresciuto troppo in fretta nei sondaggi, si è scelto di rimuoverne il pericolo tramite vie legali e di interrompere l’esperimento elettorale cominciato a fine luglio.

Il processo contro Jabloko ha offerto ai russi una rara occasione per manifestare pubblicamente il proprio dissenso. Nel corso delle due udienze centinaia di persone si sono radunate di fronte alla sede della Corte Suprema per sostenere il partito e la scritta “Per Jabloko, per la pace, per la libertà” è comparsa sul marciapiede davanti al tribunale. Dopo il verdetto della corte, i video sui social mostrano decine di persone protestare contro la decisione e portare mele in segno di solidarietà.

Le proteste si sono svolte in un clima di forte tensione: oltre ai manifestanti e agli agenti di sicurezza, a catturare l’attenzione erano gli uomini in borghese del Centro E, la direzione antiterrorismo del Ministero dell’Interno. Ogni volta che la protesta aumentava, le forze di sicurezza intimavano agli attivisti di fermarsi, minacciando di intervenire e di arrestare i presenti. L’elemento più significativo, tuttavia, va ritrovato nella composizione dei partecipanti. La maggior parte dei sostenitori, infatti, è composta da moscoviti al di sotto dei trent’anni, e persino da parecchi adolescenti. Per molti si è trattato della prima protesta di piazza e alcuni non hanno ancora raggiunto l’età per votare.

Il fenomeno sui social

La stessa tendenza sembra essersi manifestata sui social media. Su TikTok e altre piattaforme sono comparsi numerosi contenuti in lingua russa pro Jabloko, spesso pubblicati da account di giovanissimi. I video precedenti alla sentenza del tribunale invitavano apertamente a votare il partito, rilanciando lo slogan “Per la pace, per la libertà” e suggerendo che un voto per Jabloko significasse un voto per una Russia “diversa”.

Dopo l’esclusione del partito dalle elezioni, la natura dei contenuti è cambiata: sono iniziati a comparire video di giovani russi delusi dal verdetto, estratti dei discorsi del segretario del partito, Nikolaj Rybakov, e registrazioni della sentenza accompagnate da messaggi di solidarietà. Nei video del processo, gli avvocati della difesa vengono rappresentati positivamente, mentre si adoperano a respingere le accuse di Rodina e ad argomentare punto per punto le proprie ragioni. L’accusa, al contrario, è posta sotto una cattiva luce, veicolando il messaggio che il verdetto fosse stato già deciso e dando l’impressione che i querelanti, oltre a non saper controbattere contro la difesa, non si impegnassero nemmeno a farlo. Nelle ultime settimane, infine, diversi ragazzi hanno pubblicato video in cui cantano i brani degli artisti in esilio contrari alla guerra, spesso mostrando il tricolore russo o camminando in luoghi pubblici.

Sono proprio verso i giovani contrari alla guerra, del resto, le dichiarazioni più dure del vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev. “I giovani che protestano deliberatamente contro tutto, comprese le operazioni militari speciali, spesso semplicemente non capiscono quello che stanno facendo. Il loro comportamento deriva da stupidità e mancanza di consapevolezza”, ha affermato Medvedev. “Gli idioti, beh, diciamo questi giovani, a volte si lasciano influenzare da ogni sorta di promessa, da una misera somma di denaro, oppure protestano contro tutto”, ha aggiunto, suggerendo che l’educazione patriottica sia la soluzione al problema e che il suo partito, Russia Unita, debba prestare maggiore attenzione ai giovani che si oppongono alla guerra.

Evitare che il dissenso trovi forma politica

A prima vista, può sembrare che la tornata elettorale dei prossimi giorni (18-20 settembre) non sia particolarmente rilevante. Da anni, le votazioni in Russia sono viziate dai numerosi brogli: solo nel 2021, gli osservatori indipendenti hanno rilevato oltre dieci milioni di voti falsificati. Qualunque sia l’esito, è improbabile che esso rispecchi le reali intenzioni di voto della società russa.

Tuttavia ancora oggi c’è un dato che va considerato quando si parla di elezioni in Russia: esse servono al Cremlino come barometro dell’opinione pubblica. Il governo russo e la maggioranza su cui si basa non sono un blocco monolitico e vi è ancora spazio – seppur in contrazione – per un certo grado di dibattito. Tutti i partiti attivi nel teatro politico russo rappresentano, infatti, diverse opzioni per lo sviluppo del Paese e la loro popolarità, misurata dal Cremlino attraverso il voto, dà un’indicazione sugli orientamenti della popolazione o sul grado di dissenso interno. Questo è molto più importante di quanto si possa pensare.

Nessuno può sapere con precisione quanti voti avrebbe raccolto Jabloko se gli fosse stato permesso di partecipare alle elezioni, probabilmente non molti. Lo stesso Javlinskij aveva dichiarato esplicitamente che l’obiettivo non fosse fare irruzione nella Duma, ma offrire ai russi la possibilità di esprimere legalmente il loro sentimento pacifista. Con ogni probabilità, il sistema politico gestito dal Cremlino avrebbe retto, garantendo la maggioranza al blocco politico di Russia Unita.

La crescita di un partito che conduce la campagna elettorale all’insegna della pace è un dato comunque significativo, perché indica che il sentimento di una parte della popolazione sulla guerra non è più allineato con quello del Cremlino: il dissenso, in altre parole, rischia di trovare forma politica concreta. Le proteste davanti alla Corte Suprema indicano che una parte più giovane della popolazione, nata dopo l’arrivo di Putin, non condivide il modus operandi del governo e si riconosce nelle istanze pacifiste. Tutto ciò non significa che vi sia una generazione pronta a opporsi alle politiche del Cremlino. Mosca, del resto, non è la Russia e non vi sono gli elementi per ritenere che il regime sia in crisi.

Ma è proprio sul fattore temporale che va concentrata l’attenzione. Negli ultimi mesi il Cremlino ha dovuto valutare la possibilità di convocare una nuova mobilitazione. Solo una forte base elettorale garantirebbe il capitale politico necessario per imporre una misura così drastica, mentre permettere a Jabloko di partecipare alle elezioni implicherebbe il rischio di dare spazio politico al dissenso.

Proprio questa, dunque, può essere considerata la ragione ultima che ha comportato l’estromissione del “partito della mela”: impedire che il sentimento pacifista di parte della cittadinanza trovi lo spazio politico entro cui manifestarsi, evitando che la dissidenza interna alla società russa, soprattutto tra le generazioni più giovani, possa essere misurata. I prossimi mesi saranno decisivi non solo per il tipo di segnale che il Cremlino coglierà dalle elezioni parlamentari, ma anche per capire quale prospettiva avranno in futuro Jabloko e le sue istanze pacifiste.

Nicolò Radice Fossati

Tags: elezioniRussia
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