Parola d’ordine stabilità: il sistema ha voluto misurare gli umori dei cittadini, senza però esporsi a rischi. Il dissenso verso le scelte del potere centrale, che esiste, non riesce a emergere – né a determinarsi in forma politica. Sul fronte di Russia Unita, va registrato il crescente bisogno di ricambio generazionale dei suoi rappresentati, realizzatosi attraverso l’elezione di decine di veterani della guerra in Ucraina.
Ieri sera si sono concluse in Russia le elezioni per il rinnovo della Duma di Stato, la camera bassa del parlamento. Si è trattato delle prime elezioni legislative dall’inizio della guerra in Ucraina, in un momento in cui, secondo i pochi sondaggi indipendenti disponibili, il gradimento del partito al governo, Russia Unita, si attestava ai livelli più bassi dal febbraio 2022.
Dallo spoglio dei voti, tuttavia, risulta che Russia Unita non solo abbia vinto, ma si appresti anche a ottenere un numero record di seggi. Con un’affluenza vicina al 60%, la più alta registrata alle elezioni parlamentari dal 2011, la presidente della Commissione Elettorale Centrale, Ella Pamfilova, ha annunciato che Russia Unita ha ottenuto il 57,83% dei voti. Secondo le dichiarazioni della Commissione, quindi, il partito conquista 355 dei 450 seggi della Duma, superando il precedente record di 343 seggi stabilito nel 2016 e mantenendo il controllo assoluto della Camera bassa.
Solo altri quattro partiti hanno superato la soglia di sbarramento necessaria per entrare in Parlamento: il Partito Comunista, con quaranta seggi; il Partito Liberal Democratico (LDPR), con venticinque; Nuovo popolo, con venti; e Russia Giusta, con quattro. Secondo diversi analisti indipendenti, il voto degli scorsi tre giorni, presentato da Putin come una prova del sostegno dei cittadini allo sforzo bellico, è stato il meno competitivo nella storia recente della Russia. Si prevede inoltre che circa ottantasei veterani della guerra in Ucraina entrino a far parte della Duma, mentre i candidati del partito liberale Jabloko, l’unico a presentarsi con un programma pacifista, non sono riusciti a conquistare alcun seggio nei collegi uninominali.
In vista delle elezioni, il blocco politico dell’amministrazione presidenziale puntava a un’affluenza superiore al 50% nel secondo dei tre giorni di votazione. Alcune indiscrezioni hanno inoltre suggerito che la maggioranza presidenziale avesse incaricato i vertici delle società statali, degli enti di bilancio e di altre istituzioni di rafforzare la cosiddetta “mobilitazione aziendale”, vale a dire il coinvolgimento al voto di tutti i dipendenti delle strutture statali. Un esperto di strategia politica che lavora con il blocco politico dell’amministrazione presidenziale, infine, ha dichiarato a Meduza che i media controllati dal governo stanno enfatizzando il record del partito di Putin nei loro titoli. Allo stesso tempo, ha affermato che il processo elettorale sarebbe stato pesantemente manipolato e che i risultati di Russia Unita avrebbero potuto essere resi più credibili.
Ma cosa ci dice realmente questa tornata elettorale sulla situazione politica russa? L’assenza di osservatori indipendenti e i casi di brogli registrati nel corso delle votazioni rendono complesso stabilire quanto i risultati delle elezioni coincidano con le reali intenzioni di voto della società russa. È quindi difficile determinare con certezza il consenso di cui godono i diversi partiti, così come il sostegno alle politiche da loro portate avanti.
Gli appuntamenti elettorali in Russia, tuttavia, continuano a svolgere una funzione importante per il Cremlino: da una parte, sono un impegno necessario per un regime legalista come quello russo; dall’altra, concorrono a misurare l’umore dell’opinione pubblica e a rilevare eventuali segnali di dissenso. Il voto di quest’anno, per quanto viziato da irregolarità e intimidazioni, ha fornito al blocco politico del Cremlino un’indicazione sugli orientamenti generali della popolazione e sul grado di dissenso interno alla Federazione.
Stando ai risultati diffusi dalla Commissione Elettorale Centrale, il partito al governo non avrebbe semplicemente superato i propri obiettivi elettorali, ma si sarebbe assicurato un numero record di seggi. Il messaggio politico che il Cremlino può trarne ufficialmente è che Russia Unita dispone di una solida base elettorale e mantiene il capitale politico necessario per continuare la guerra in Ucraina. Il risultato elettorale, in aggiunta, è stato rafforzato dai numeri dell’affluenza. Se i partecipanti al voto fossero stati in calo rispetto a cinque anni fa, sarebbe stato possibile interpretare il dato alla luce dell’insofferenza dei cittadini verso lo sforzo bellico. Ma non è stato così: l’affluenza, al contrario, è aumentata di quasi sette punti percentuali.
L’esito delle elezioni, inoltre, non va necessariamente considerato solo da una prospettiva interna. Dopo il fallimento dell’invasione lampo dell’Ucraina nel marzo 2022 e l’introduzione delle sanzioni occidentali, molti ritennero che il regime di Putin sarebbe entrato in crisi. Quattro anni dopo, sembra essersi dimostrato resiliente e i risultati arrivati dalle elezioni contribuiscono a pensarlo. Nonostante la potenziale minaccia rappresentata da Jabloko, il costante esercizio del potere statale da parte del regime gli ha permesso di indirizzare nuovamente le elezioni a proprio favore, inviando un segnale tanto all’interno del Paese quanto all’estero: il sistema politico rappresentato dalla maggioranza presidenziale non ha solo resistito, ma si è anche rafforzato. Le sanzioni occidentali e l’inflazione, dunque, hanno generato pressione ma non hanno creato le condizioni per un’immediata destabilizzazione politica o per una spaccatura dell’élite.
Un dato molto importante sull’esito delle elezioni, infine, riguarda la composizione della nuova camera bassa, che sarà composta da decine di veterani del conflitto in Ucraina. La ragione di questa scelta va ricercata in un più ampio processo di rinnovamento della classe dirigente russa. Dall’inizio del conflitto, le élite russe sono rimaste compatte attorno a Putin, ma la repressione, la reciproca diffidenza e la competizione burocratica hanno acuito la frammentazione all’interno di questi gruppi, riducendo la capacità di agire collettivamente indipendentemente dal Cremlino. Allo stesso tempo, in questi anni il regime si è costruito attorno a un unico leader e dipende fortemente dalla figura di Putin come arbitro tra le fazioni in competizione all’interno del sistema politico, della burocrazia e dei servizi di sicurezza.
La maggiore vulnerabilità del sistema, tuttavia, deriva dall’invecchiamento delle figure chiave e dalla dipendenza da una ristretta cerchia di amministratori fedeli. Per questo motivo, dal 2024 il regime è entrato in una fase di ricambio attentamente controllata che, senza implicare l’emergere di nuovi centri di potere, ha lo scopo di ridurre le proprie fragilità in caso di cambiamenti improvvisi. La decisione di candidare un grosso numero di ex combattenti rientra in questo tipo di strategia, sostituendo i membri anziani dell’élite con figure più giovani, amministratori fedeli e personalità riconducibili alle ultime fasi della vita politica russa. La presenza di personaggi militari in Parlamento indica, inoltre, un aumento della cultura nazionalista e militarista all’interno delle istituzioni, rientrando nel più ampio processo di militarizzazione della Russia volto a un confronto prolungato con l’Europa.
Le elezioni parlamentari per il rinnovo della Duma, per quanto viziate da brogli e irregolarità elettorali, confermano la presenza del sistema putiniano e la sua capacità di adattarsi ai momenti più critici. Molte delle sfide che sembravano potenziali fattori scatenanti di una grave instabilità politica, analizzando il risultato delle elezioni, sembrano essere state sovrastimate o neutralizzate.
Rimane vero, tuttavia, che la società russa resta prevalentemente passiva rispetto alla vita politica del Paese, se non apatica. Il risultato di ieri e l’aumento dell’affluenza non indicano che la partecipazione politica della cittadinanza sia in aumento. La maggior parte dei cittadini continua a evitare un coinvolgimento diretto negli affari politici del Paese, preoccupandosi individualmente del proprio tenore di vita in declino.
L’esclusione dell’unica forza di opposizione alle elezioni e la mobilitazione dei dipendenti del settore pubblico rendono difficile parlare di “sostegno incondizionato alla guerra”, impedendo di misurare il reale sentimento pacifista o la crescente stanchezza dell’opinione pubblica nei confronti del conflitto.
Nicolò Radice Fossati
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