Si chiude un’era per la presenza russa nel Levante. Gli ultimi accordi con Damasco sanciscono un ridimensionamento delle ambizioni di Mosca, che riesce a mantenere un piede nel Mediterraneo senza poter più sognare in grande. I russi dovranno adesso concentrarsi sulla tenuta del Mar Nero.
Non sembra una coincidenza, anzi probabilmente non lo è affatto. La sentenza con cui Bashar al-Assad è stato condannato a morte in contumacia, da parte di un tribunale di Damasco, è arrivata a poche ore dalla notizia di un’intesa stabilita da russi e siriani per il futuro delle proprie relazioni bilaterali. Leggi: per il futuro delle basi russe a Tartus e Hmeimim, da decenni la questione più importante del mai facile rapporto tra i due Paesi.
Va ricordato che l’ex rais siriano Assad è da quasi due anni confinato a Mosca, dove ha ottenuto asilo politico a seguito del precipitare degli eventi alla fine del 2024 – una fuga improvvisa ma forse pianificata da tempo, di cui non si è mai raccontato mai abbastanza. La residenza moscovita di Assad è una prigione dorata, da cui ogni tanto trapelano dettagli surreali e che ha interrogato molti analisti sull’essenza del vero rapporto tra il clan alawita e il Cremlino. Di certo, ad ogni modo, la protezione (vigilata) offerta all’ex presidente siriano ha complicato non poco le trattative sul futuro della Russia a Damasco e dintorni. E probabilmente dunque non è stata un buon affare per Putin.
Prima di estendere tale giudizio all’intera impresa siriana di Mosca occorre tuttavia rimettere in fila tutti i punti, partendo proprio dall’esito degli accordi raggiunti nei giorni scorsi. Questi prevedono, in estrema sintesi, il ritorno delle infrastrutture civili e commerciali russe al controllo di Damasco, mentre i russi manterranno un piede nelle installazioni militari – convertite però in centri di addestramento per l’esercito siriano. Una sconfitta a metà, per Mosca? Probabilmente sì: rispetto ai mesi immediatamente successivi alla caduta di Assad, che parevano aver chiuso definitivamente i giochi – anche per via della continua emorragia di uomini, mezzi e armi da pressoché tutte le basi in loco – i russi hanno retto il colpo e sono riusciti a evitare una totale estromissione dal Levante.
Le cose potevano dunque andare peggio, ma potevano andare anche meglio – ad esempio col mantenimento, da parte russa, delle basi minori (Manbij, Kobane, Palmira, Qamishli) oppure di una rilevante voce in capitolo nei piani per la ricostruzione. Fin troppo facile, in questo senso, puntare il dito sull’“avventura” ucraina e dunque sulla ormai ridotta capacità (e interesse) di Mosca nel puntare le proprie residue risorse altrove. Nel Donbass c’è già tantissimo da fare, in Siria concorrono ben altri investitori: inutile provare a fare tutto (male).
Alla fine di questi diciotto mesi di negoziati resta dunque la sensazione che i russi non avrebbero potuto ottenere molto di più. Certamente hanno saputo giocarsi le proprie (poche) carte, ma è anche vero che se la nuova Siria è rimasta al tavolo – e si è persino presentata due volte a Mosca, nella persona del presidente al-Sharaa – non l’ha fatto per compassione, simpatia o tradizione. Né tantomeno per aver subito minacce. L’ha fatto per interesse, traducibile nell’esigenza di importare beni dalla Russia – grano ed energia su tutti, specie dopo la fine delle forniture iraniane – e dunque di non chiudere i relativi canali. Nessun accordo liberamente scelto tra le parti, del resto, viene mai raggiunto senza un reciproco e concreto interesse.
Anzi, dopo alcune dichiarazioni iniziali molto forti – come la richiesta di 400 miliardi di dollari in cambio del mantenimento di Tartus e Hmeimim – Damasco ha capito di dover fare un bagno di realpolitik. Oltre agli interessi materiali per i beni da commerciare con Mosca, i siriani hanno un crescente bisogno di contrappesi geopolitici. E persino di qualche garanzia. Benché la normalizzazione con gli Stati Uniti abbia fatto passi da gigante – con tanto di inviti formali a Washington (novità assoluta dall’indipendenza di Damasco in poi) e soprattutto con la fine del Caesar Act e delle relative sanzioni – la leadership siriana non può certo scommettere sulla stabilità del sostegno a stelle e strisce, tantomeno degli umori di Donald Trump. La guerra contro il vicino ed ex alleato Iran sta mettendo in una pessima posizione chi ha deciso di stare dalla parte di Washington, né l’acquiescenza nei confronti di Israele pare aver dato dei significativi frutti.
Anzi, il crescente scontro tra i due grandi sponsor del cambio di regime siriano del 2024 – Israele, appunto, e la Turchia – sta avendo ripercussioni sempre più visibili negli equilibri interni a Damasco. Il rischio, neanche troppo lontano, è quello di una degenerazione dei rapporti tra Tel Aviv e Ankara – e se guerra mai sarà, verrà combattuta tra Cipro e la Siria, prima ancora di estendersi a tutta la regione. A Damasco non restano molti altri amici, quindi persino la Russia può tornare utile.
Uscire dalla porta per poi rientrare dalla finestra non era esattamente l’obiettivo di Mosca, quando ha cominciato la propria impresa siriana poco più di un decennio fa. Ma per come si sono messe le cose negli ultimi due anni, non è neanche un risultato così terribile. Solo il tempo, comunque, ci dirà se la residua presenza russa in Siria si tradurrà in un ruolo politico concreto o in una partecipazione di facciata, con qualche bandiera posta a memoria (e nostalgia) di una storia molto più importante. Per adesso il bilancio è chiaro: il grande ritorno della Russia in Siria, e per estensione in Medio Oriente, non è stato all’altezza delle aspettative.





