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Home Storia e Religione

Sulle orme di Alessandro Magno in Asia Centrale (parte II)

di Eugenio Delcroix
22 Settembre 2026
in Asia Centrale, Storia e Religione
Tempo di lettura: 9 mins read
Sulle orme di Alessandro Magno in Asia Centrale (parte II)

[continua da qui: https://www.osservatoriorussia.com/2026/09/14/sulle-orme-di-alessandro-magno-in-asia-centrale/]

L’insurrezione di Spitamene

Mentre un contingente macedone raggiungeva il fiume Iassarte alcuni contingenti vennero assaliti da un cospicuo numero di sogdiani[1]. Le forze macedoni si scontrarono quindi in più occasioni con reparti sogdiani che, anziché affrontare il nemico in uno scontro frontale, ricorrevano prevalentemente a tattiche di guerriglia: la cavalleria e la fanteria leggera sogdiane conducevano attacchi incessanti e improvvise imboscate, avvalendosi soprattutto di armi per il combattimento a distanza come archi e giavellotti. Nel corso di una di queste azioni lo stesso Alessandro fu colpito a una gamba da una freccia che gli provocò la frattura del perone – ma le fonti antiche non forniscono ulteriori particolari sull’episodio, circostanza che induce a ritenere che il sovrano si fosse ristabilito in tempi relativamente brevi[2]. Il ferimento del comandante supremo non costituiva un avvenimento eccezionale; Alessandro era solito gettarsi pericolosamente nella mischia, comportamento che i suoi stessi compagni avevano più volte criticato giudicandolo un’inutile esposizione al pericolo. I combattimenti si fecero progressivamente più aspri: la rivolta si estese rapidamente, e alcune guarnigioni macedoni dislocate lungo il fiume furono massacrate. Spitamene, ex luogotenente di Besso sostenuto dai nobili locali, istigò un’insurrezione di vaste proporzioni, che condusse alla conquista di numerose roccaforti macedoni e all’assedio della stessa Marcanda. Secondo alcuni storici, la ribellione sogdiana sarebbe stata alimentata dalla fondazione di nuovi centri urbani e, in particolare, di Alessandria Eschate. La creazione di questi insediamenti sarebbe stata infatti percepita dalle élite locali come un tentativo di imporre un controllo eccessivamente rigoroso sulla regione[3], laddove i nobili sogdiani erano determinati a preservare lo status sociopolitico privilegiato del quale avevano goduto sotto il dominio achemenide.

Per fronteggiare la ribellione, Alessandro divise le proprie forze. Affidò al compagno Cratero il compito di porre sotto assedio Ciropoli, mentre egli stesso procedeva alla riconquista di alcuni centri urbani. Ricongiuntosi con Cratero, Alessandro partecipò alla conquista di Ciropoli dove una parte delle truppe penetrò nella città attraverso il letto prosciugato di un corso d’acqua che passava sotto le mura. Una volta entrati nel centro abitato, i soldati macedoni aprirono le porte della città, consentendo l’accesso all’esercito; tutti i maschi adulti sopravvissuti furono messi a morte, mentre le donne e i minori vennero venduti come schiavi. Sorte analoga fu riservata agli abitanti di altre roccaforti riconquistate, ma tale politica contribuì solo ad accrescere l’impopolarità dei Macedoni. Nel corso delle operazioni, l’esercito di Alessandro dovette affrontare anche la minaccia degli Sciti, popolazioni nomadiche stanziate nelle steppe a nord dello Iassarte. Le fonti riferiscono di una battaglia combattuta in prossimità del fiume conclusasi con la vittoria dei Macedoni, il cui successo fu conseguito grazie all’impiego congiunto dell’artiglieria campale, di zattere di cuoio utilizzate per attraversare il corso d’acqua e ad una manovra a tenaglia condotta dalla cavalleria macedone. In seguito alla battaglia, gli Sciti inviarono alcuni ambasciatori con l’incarico di giungere ad una tregua, che Alessandro accolse prontamente non avendo intenzione di spingersi ulteriormente nei territori situati a nord del fiume.

Nel frattempo un contingente composto da duemila Macedoni, posto sotto il comando di Farnuce, incaricato di inseguire l’esercito di Spitamene, si trovò esposto alla superiore mobilità della cavalleria leggera sogdiana: durante il tentativo di attraversare il Polimeto, l’odierno Zeravshan in Uzbekistan, venne accerchiato e annientato dalla suddetta cavalleria. Lo scontro sancì la prima e unica sconfitta rilevante documentata dell’esercito macedone nel corso della campagna persiana. Alessandro, quindi, si diresse con la massima celerità verso Marcanda, percorrendo circa 275 chilometri in soli tre giorni[4] e Spitamene fu costretto ad abbandonare l’assedio della città, ritirandosi nelle steppe tra l’Uzbekistan settentrionale e il Turkmenistan e disperdendo le proprie unità presso diverse oasi. Alessandro attuò una sanguinosa rappresaglia. L’area fertile circostante il Polimeto presso il quale era stato annientato il contingente macedone venne devastata; numerose fortificazioni furono conquistate e i loro abitanti massacrati. Il sovrano macedone trascorse quindi l’inverno del 329 a.C. a Battra, che era stata a sua volta oggetto di un’incursione condotta da Spitamene, e qui ricevette nuovi rinforzi tra truppe greche, orientali e autoctone, consistenti in circa 20.000 fanti e 2.600 cavalieri.

Statua di Spitamene eretta nel 2023 a Dushanbe. Il condottiero è assurto a eroe nazionale tagiko. Fonte: https://khovar.tj/rus/2023/11/geroi-ne-umirayut-v-parke-kultury-i-otdyha-rajona-rudaki-ustanovlen-pamyatnik-spitamenu/

Uomini con le ali

Nella primavera del 328 a.C. Alessandro attraversò nuovamente l’Oxos, e adottò una diversa strategia per contrastare l’efficace guerra asimmetrica di Spitamene. L’esercito venne suddiviso in cinque colonne: Alessandro assunse personalmente il comando di una di esse, mentre le altre furono affidati agli Hetâiroi, i compagni Efestione, Tolomeo, Perdicca e Ceno, incaricati di procedere alla pacificazione delle diverse vallate della regione. I contingenti macedoni occuparono simultaneamente numerose roccaforti, avvalendosi delle macchine d’assedio, mentre la capacità di manovra delle forze avversarie veniva progressivamente ridotta. Alessandro fu tuttavia costretto a trascorrere parte della torrida estate presso Marcanda, dove, quando non era impegnato in questioni militari o amministrative, si dedicava, insieme ai propri compagni, ai banchetti e alla caccia, attività particolarmente apprezzate dall’aristocrazia macedone.

Fu proprio durante questo periodo che si consumò uno degli episodi più eclatanti dell’intera campagna. Nel corso di un banchetto accompagnato da copiose libagioni e da un abbondante consumo di vino, nella cittadella di Marcanda, il leader macedone, ormai ebbro, cominciò a celebrare le proprie vittorie, sminuendo le imprese del padre Filippo II. Tali parole suscitarono il risentimento di alcuni veterani, tra cui Clito il Nero, nominato satrapo della Battriana, per cui ne scaturì un acceso alterco caratterizzato da un crescendo di recriminazioni ed offese finché Alessandro colpì mortalmente il compagno con una lancia. L’uccisione di Clito provocò profondo sgomento tra i Macedoni, e lo stesso sovrano, resosi immediatamente conto della gravità del gesto, si ritirò in isolamento e trascorse tre giorni in preda alla disperazione fino a quando i compagni riuscirono a persuaderlo a riprendere le proprie attività. Un’assemblea dei Macedoni, nell’intento di scongiurare una crisi di comando, stabilì che l’uccisione fosse da considerarsi giustificata, ma l’episodio contribuì a deteriorare il rapporto tra Alessandro e gli Hetâiroi, già avversi a quello che percepivano come trasformazione in un regime autoritario di tradizione orientale, delineando una crescente contrapposizione tra i sostenitori della politica di integrazione e sincretismo promossa da Alessandro e la componente conservatrice, contraria all’adozione di usi e cerimoniali persiani.

Nel frattempo, Spitamene, oramai strategicamente debilitato, aveva raccolto un consistente contingente di cavalleria scita e si diresse contro le forze del comandante macedone Ceno nei pressi di Marcanda: nella battaglia di Gabe che ne seguì, il condottiero sogdiano fu sconfitto, venendo abbandonato dalla maggior parte dei propri alleati. Quando i reparti superstiti appresero che Alessandro si stava avvicinando alla testa di ulteriori forze, decisero di tradire Spitamene: il comandante venne decapitato e la sua testa fu inviata al sovrano macedone. La ribellione poteva ormai considerarsi in larga misura repressa. Con l’arrivo della primavera del 327 a.C., Alessandro si dedicò pertanto alla sottomissione degli ultimi nuclei di resistenza, asserragliati nelle regioni montuose del Tagikistan. Le fonti riferiscono che violenti temporali e frequenti fulmini provocarono vittime tra i Macedoni.

L’esercito raggiunse la cosiddetta Rocca Sogdiana, fortezza naturale pressoché inaccessibile agli assalitori, circondata da ripide pareti rocciose e raggiungibile da un unico sentiero praticabile. I Sogdiani vi avevano ammassato ingenti quantità di provviste, e un’abbondante nevicata aveva reso ancora più difficoltose le operazioni dell’esercito macedone. Alla proposta di resa, accompagnata dalla promessa di un salvacondotto, i difensori risposero provocatoriamente che il sovrano avrebbe dovuto trovare uomini dotati di ali per riuscire a conquistare la rocca. Alessandro non si lasciò scoraggiare e fece appello a trecento esperti volontari che utilizzarono i picchetti di ferro come rudimentali chiodi da scalata e si assicurarono gli uni agli altri mediante robuste corde. L’operazione fu condotta di notte per evitare che gli assediati potessero accorgersi della manovra e, nonostante alcune perdite dovute alle cadute, gli scalatori riuscirono a raggiungere la sommità e a prendere posizione al di sopra della rocca. Alessandro allora dichiarò ai Sogdiani presenti che avrebbero dovuto arrendersi perché aveva trovato degli uomini con le ali. Sconfortati dall’improvvisa apparizione dei Macedoni sulla vetta e tratti in inganno dalla simulazione di un attacco imminente, i difensori decisero di arrendersi[5]. Tale esito rappresentò un ennesimo colpo di fortuna per Alessandro: gli scalatori macedoni erano infatti numericamente inferiori rispetto ai Sogdiani, mentre il resto dell’esercito non aveva ancora individuato alcun percorso attraverso il quale accedere alla rocca.

Rappresentazione della falange macedone dell’illustratore Johnny Shumate

L’eredità ellenistica in Asia centrale

Consapevole di non poter perseverare in una rigida politica nei confronti della nobiltà locale, Alessandro decise di concederle un certo margine di autonomia nella gestione degli affari interni. Decise di prendere in moglie Rossane, figlia del nobile sogdiano Ossiarte, in ossequio a finalità eminentemente politiche. Dalla loro unione sarebbe nato Alessandro IV, il quale, tuttavia, insieme alla madre Rossane, non sarebbe sopravvissuto a lungo alla scomparsa del sovrano. Il matrimonio venne celebrato con grande sfarzo, congiuntamente alle nozze di numerosi soldati macedoni, nell’intento di favorire l’integrazione tra la componente greco-macedone e le popolazioni “barbare”. Tra queste unioni si distinse quella tra Apamea, figlia di Spitamene, e Seleuco I Nicatore, dalla quale nacque il futuro erede al trono seleucide.  Il matrimonio ebbe anche un risvolto pratico nel vincere le ultime resistenze nella regione: nel caso dell’imponente Rocca dei Corieni, questa venne presa grazie all’intervento del nobile Ossiarte che convinse i Sogdiani ad arrendersi e a stipulare un accordo onorevole. Le ultime resistenze di due capi locali furono eliminate grazie all’intervento di Cratero; Alessandro poté così rivolgere la propria attenzione alla successiva campagna militare in India, attraverso la valle dell’Indo.

Alessandro decise di lasciare in Sogdiana e Battriana un rilevante contingente, composto da 3.500 cavalieri e 10.000 fanti, affidandone il comando ad Aminta, compagno d’armi macedone nominato satrapo. Tale decisione costituisce un indicatore della non completa pacificazione della regione e della necessità di mantenervi una solida e duratura presenza militare per esercitare un controllo più stringente sull’irrequieta aristocrazia battriano-sogdiana. La regione fu infatti attraversata da diverse rivolte, causate principalmente dai mercenari e dai coloni di origine greca, sia negli ultimi anni di vita di Alessandro che dopo la sua morte, avvenuta a Babilonia nel 323 a.C.. Il consolidamento del dominio macedone attraverso un’estesa opera di colonizzazione ne risulterà compromesso, ma dagli insediamenti creati emergerà una nuova frontiera culturale greca. Gli effetti della presenza greco-macedone in Asia centrale avrebbero infatti continuato a manifestarsi nei secoli successivi, come testimoniano l’eredità dell’Impero seleucide e la formazione di ulteriori entità politiche di carattere ellenistico – tra questi il Regno greco-battriano, sorto dalla secessione dei territori orientali dell’impero seleucide e forse giunto a estendere la propria influenza sino ai confini del Regno di Qin, in Cina, e quello indo-greco, sviluppatosi nelle regioni nord-occidentali del subcontinente indiano. Tali formazioni politiche non sopravvissero tuttavia alla conquista delle popolazioni indo-iraniche e di popolazioni nomadi. In alcuni casi, come quello dell’Impero kushana in India, i nuovi dominatori adottarono l’alfabeto e la lingua greca e diedero vita a forme di significativo sincretismo religioso, nelle quali confluirono elementi del buddhismo, delle pratiche religiose greche e dell’induismo. In Sogdiana, in seguito alle conquiste degli Sciti e dei Parti, la lingua e la cultura greche furono progressivamente soppiantate da altre tradizioni. Di questa prolungata stagione di scontri e contaminazioni culturali rimangono tuttavia numerose testimonianze archeologiche, molte delle quali ancora in attesa di essere scoperte, nonché un patrimonio di racconti e leggende generatesi e tramandatesi nei secoli.


[1] F. L. Holt, Alexander the Great and Bactria: The Formation of a Greek Frontier in Central Asia, E.J. Brill, Leida, 1988, p. 53

[2] A. Everitt, Alessandro magno: la vita, le avventure e l’enigma della sua morte, Hoepli, Milano, 2019, p. 247

[3] F. L. Holt, Alexander the Great and Bactria: The Formation of a Greek Frontier in Central Asia, E.J. Brill, Leida, 1988, p. 53 e ss.; A. Everitt, Alessandro magno: la vita, le avventure e l’enigma della sua morte, Hoepli, Milano, 2019, p. 248

[4] Ibidem, p. 247 ss.

[5] A. Everitt, Alessandro magno: la vita, le avventure e l’enigma della sua morte, Hoepli, Milano, 2019, p. 260

Tags: TagikistanUzbekistan
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Eugenio Delcroix

Eugenio Delcroix

Ha conseguito una laurea triennale in storia e una magistrale in storia contemporanea presso l’Università di Bologna. Successivamente ha ottenuto un master in International Security all’Università di Groningen, in Olanda, discutendo una tesi sulle politiche di securitizzazione di alcuni Paesi europei nei confronti della Federazione Russa. I suoi interessi riguardano le politiche di sicurezza, la gestione dei conflitti e gli aspetti storico-culturali nell'area post-sovietica.

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