Ci sono libri che arrivano tardi. Libri dimenticati, rimasti sul fondo della storia come fotografie ingiallite in una soffitta e ritrovati quasi per caso. Si soffia via la polvere e ci si accorge che hanno ancora qualcosa da dire, che ci riguardano più di quanto pensiamo. La nuova Russia, reportage di viaggio di Israel Joshua Singer, fratello maggiore di Isaac Bashevis Singer, premio Nobel per la letteratura nel 1978, è uno di questi.
Pubblicato per la prima volta in italiano da Adelphi nel 2024, è un documento prezioso, scritto con lo sguardo vigile del giornalista, la profondità del romanziere e la malinconia del testimone. È un’opera che, a prima vista, sembrerebbe limitarsi al racconto di un viaggio all’interno dei confini del giovane Stato sovietico. In realtà, offre molto di più al lettore: un resoconto della fine di un mondo, quello dell’antica cultura ebraica prerivoluzionaria, e dell’inizio di una nuova, contraddittoria e utopica realtà, quella sovietica.
In treno verso l’utopia
Inviato speciale del quotidiano yiddish di orientamento socialista Forverts, Singer parte da Berlino nel 1926 alla volta dell’Unione Sovietica. Sul treno che attraversa l’Europa ci sono persone di tutti i tipi: idealisti, artisti, studenti, lavoratori, tutti affascinati dalla promessa di un mondo nuovo e di una società finalmente più giusta. L’aria vibra di euforia, quasi che sia finalmente possibile dimenticare l’orrore della guerra, i pogrom, la fame, la miseria e guardare avanti. Per gli ebrei come Singer, quel viaggio ha un significato ancora più profondo: rappresenta la speranza di una terra in cui non essere più stranieri né reietti. La rivoluzione bolscevica, infatti, ha abolito le leggi antisemite, e per la prima volta agli ebrei viene riconosciuta la piena cittadinanza, cioè la possibilità di lavorare, studiare, vivere. Sognare. Eppure, fin dalle prime pagine, Singer lascia intravedere un dubbio. Non è l’entusiasmo cieco dell’ideologo a muovere la sua penna, ma la curiosità inquieta di chi vuole capire. È proprio questa lucidità a rendere il suo sguardo così prezioso.
Mosca, tra splendore e crepe
Nella capitale sovietica, a Mosca, Singer trova una città in fermento. I cambiamenti sono tangibili: le donne lavorano nelle fabbriche, tutti i bambini vanno a scuola, si costruiscono istituti, teatri, centri culturali. L’impressione è quella di una società che vuole davvero rifondarsi, lasciando dietro di sé il vecchio mondo con le sue ingiustizie. La giustizia sociale, almeno in superficie, sembra una meta raggiungibile. Ma ben presto in questo idillio emergono le prime crepe. Nelle strade secondarie, tra le case diroccate, Singer scopre un’altra Mosca: quella dei bambini abbandonati, dei giovani costretti alla prostituzione, dei negozianti ebrei privati del diritto di commerciare perché appartenenti al “passato borghese”. E poi i silenzi, gli sguardi che si abbassano, le conversazioni che si interrompono al solo pronunciare il nome del partito o della polizia. È un mondo dove l’entusiasmo convive già con il sospetto, dove il sogno si corrode piano piano, senza fare rumore.
Essere ebrei nel tempo nuovo
Il cuore del reportage sta forse nella riflessione sul destino degli ebrei nella nuova Russia. Per la prima volta, la rivoluzione ha spalancato le porte a una partecipazione piena e ufficiale alla vita pubblica. Gli ebrei abbandonano i vecchi mestieri imposti dal ghetto zarista: non più sarti, venditori o rigattieri, ma operai, tecnici e impiegati dello Stato. Tuttavia, l’agognata integrazione nel tessuto sociale comporta anche una perdita identitaria profonda. Lo yiddish comincia a scomparire mentre il russo ne prende il posto perfino nei tribunali rabbinici. Le sinagoghe si svuotano e le festività religiose si fanno quasi clandestine. In campagna, Singer incontra famiglie che allevano maiali e che non sanno più se osservare lo Shabbat. Non è solo una crisi religiosa, ma una trasformazione antropologica, una frattura nella trasmissione della memoria e nello Zakhor, il ricordo[1]. Dove prima c’era una comunità, ora ci sono individui. Al posto di una lingua e di una cultura millenarie, ora si trova una fredda lingua di Stato con la sua ideologia. E nel passaggio da ebrei a cittadini sovietici di origine ebraica qualcosa si rompe.
Le colonie agricole: la tenacia e il dolore
Tra le pagine più toccanti del libro ci sono quelle dedicate alle colonie agricole ebraiche del Sud. Qui Singer incontra uomini e donne che aiutati dal Joint Distribution Committee (organizzazione americana di soccorso ebraica), o dalla Gezerd[2], cercano di costruire una nuova vita lavorando la terra. La maggior parte, che non ha mai tenuto in mano una vanga, ora impara a seminare e costruire case. Le descrizioni sono piene di dettagli: le stoviglie dello Shabbat, le tegole rosse dei tetti, i comignoli delle case che fumano nelle mattine d’inverno. C’è un senso di tenerezza, quasi di poesia, che non manca di tingersi, anche qui, fuori dalla città, di malinconia. La tenacia degli abitanti si scontra con la povertà, l’isolamento, la difficoltà di conservare un’identità collettiva in un mondo che cambia troppo in fretta. C’è, in queste pagine, una domanda esistenziale: come conciliare il futuro con le proprie radici? Si può costruire un mondo nuovo senza perdere sé stessi?
Il tempo che non torna
Singer attraversa centri ad oggi esistenti, come Kiev, Kharkiv, Mosca o Minsk. Tuttavia, le città da lui descritte sono scomparse. Città multietniche, piene di sinagoghe, di botteghe ebraiche e di una pluralità di idiomi intrecciati che la Shoah, le repressioni staliniane e le guerre del Novecento hanno cancellato per sempre. Quello che ne rimane, oggi, è solo il ricordo, ma grazie a questo libro ad esso viene data voce. Una voce sobria, mai retorica, ma carica di umanità.
La nuova Russia non è solo un reportage. È un archivio di umanità, una lente attraverso cui osservare le grandi trasformazioni del Novecento. È il racconto di un’epoca in cui tutto sembrava possibile, in cui le speranze si sono trasformate in pie illusioni. È anche, e forse soprattutto, un atto d’amore verso un mondo oggi scomparso, il mondo yiddish dell’Europa orientale, fatto di convivenze fragili e comunità alla ricerca della propria strada tra emancipazione e tradizione. In un tempo in cui l’Europa fatica a fare i conti con il proprio passato costituito da imperi, e tende a semplificare la sua identità in narrazioni etnicamente omogenee, la voce di Israel J. Singer ci ricorda la complessità che abbiamo perso. E che potremmo, forse, ancora recuperare grazie alla memoria.
Perché, in fondo, leggere questo libro, oggi, significa chiedersi: cosa resta di noi quando cambiamo tutto per non essere più ciò che siamo stati?
Francesco Federici
[1] Per un approfondimento sul concetto di zakhor si rimanda al testo di Yosef H. Yerushalmi e ve ne consiglio fortemente la lettura: Zakhor. Storia ebraica e memoria ebraica, Giuntina, 2011.
[2] Organizzazione comunista di ebrei australiani che ne promuoveva l’insediamento in Siberia orientale.





