Dalla Moldova alla Transnistria separatista e separata. Osservazioni sul campo in un Paese che si sente diviso, ma non si abbandona alle rivendicazioni. Memore di una guerra feroce e spettatore di un’altra, ben più grande, che si consuma poche centinaia di chilometri più a Est. Dal nostro inviato a Tiraspol Tommaso Bontempi.
A pochi chilometri dall’Unione Europea c’è una realtà che non figura su nessuna mappa. Un territorio che si amministra da sé, stampa la propria moneta, issa la propria bandiera. Eppure, per il mondo, non esiste. Ci siamo andati di persona, per vedere come vive chi si ostina a chiamarlo Stato.
Per arrivare in Moldova abbiamo prenotato un volo da Bucarest a Chișinău. Un bimotore a elica, peraltro di fabbricazione italiana, più piccolo rispetto agli aerei cui le low-cost europee ci hanno abituato. A bordo saremo sì e no una quindicina di passeggeri in tutto. L’apparecchio traballa, mosso dal vento. Il volo dura appena cinquanta minuti. L’atterraggio è frizzante.
All’uscita dall’aeroporto, finalmente, apro Yandex Go, applicazione di produzione russa per prenotare i taxi tanto diffusa nello spazio post-sovietico. In pochi secondi l’auto è assegnata, il prezzo è fissato e il conducente arriva più che puntuale.
In auto, la radio è accesa. Si alternano pubblicità in russo e in rumeno sulla stessa frequenza, senza stacchi né traduzioni. È una delle prime cose che colpiscono. Il Paese – o almeno le grandi città, e soprattutto Chișinău – è quasi interamente bilingue. O meglio, due lingue convivono in Moldova. Il rumeno – così è stato definitivamente designato nella Costituzione a partire dal 2023, a seguito di una riforma dell’Articolo 13 che ha eliminato l’aggettivo “moldavo” riferito alla lingua, scatenando un’ondata di polemiche – è la lingua ufficiale. Il russo, invece, pur non avendo alcun riconoscimento formale, resta ampiamente parlato e compreso. La Corte costituzionale, nel 2021, ha infatti impedito che a questo fosse conferito lo status privilegiato di “lingua di comunicazione interetnica”, secondo un modello di ispirazione sovietica, irritando non poco Mosca.

Palazzo del governo della Repubblica moldava, Chișinău
Una transizione non ancora conclusa
La Moldova indipendente nacque il 27 agosto del 1991, quando il Parlamento proclamò la sovranità della Repubblica e avviò formalmente il distacco dall’Unione Sovietica. Si trattava del culmine di un processo iniziato almeno due anni prima, con la nascita del Fronte Popolare Moldavo, forza di ispirazione nazionalista e filo-rumena che ottenne la maggioranza alle prime libere elezioni del 1990. Mosca, in quel momento, non aveva più né la forza né l’interesse di opporsi: a dicembre dello stesso anno, infatti, l’URSS si sarebbe disciolta ufficialmente, riconoscendo automaticamente l’indipendenza di tutte le Repubbliche che ne avevano fatto parte, inclusa la Moldova.
Eppure, più di trent’anni dopo, la transizione resta aperta. Manca una vera integrazione territoriale – la Transnistria, di cui parleremo a breve, è di fatto sempre rimasta fuori dal controllo centrale – e manca una sintesi condivisa sul piano linguistico e, forse soprattutto, identitario.

Monumento a Lenin, Chișinău.
Il primo spartiacque arriva nel 1992. La Moldova, appena nata, entra in guerra contro la propria regione orientale, già autoproclamatasi repubblica autonoma nel 1990 in reazione all’ondata unionista che attraversava Chișinău. Il conflitto è breve, ma feroce. Si combatte sulle sponde del fiume Dnestr (talvolta reso in italiano come Nistro), con l’intervento diretto della XIV Armata sovietica (poi russa) delle Guardie e il sostegno sotterraneo di Mosca.
Il cessate il fuoco è firmato il 21 luglio 1992, a seguito di un accordo tra il presidente moldavo Mircea Snegur e quello russo Boris El’cin. Questo prevede l’istituzione di una zona di sicurezza lungo il Dnestr, controllata da una Commissione di Controllo Congiunta (Joint Control Commission, JCC) formata da rappresentanti moldavi, russi e transnistriani. A sorvegliare il fragile equilibrio è dispiegato un contingente di forze trilaterale. Questi “peacekeepers”o “mirotvorcy” sono ancora oggi attivi e molto visibili sul terreno, a testimonianza di un conflitto mai realmente risolto.

La bandiera moldava, Chișinău.
Oggi la Moldova guarda con sempre maggiore decisione verso il cosiddetto Occidente. Nel giugno 2022, il Consiglio europeo le ha riconosciuto lo status di Paese candidato all’ingresso nell’Unione e il governo guidato da Maia Sandu ha fatto dell’adesione europea la sua principale priorità. Il Paese resta però diviso. Le tensioni interne non sono scomparse e le influenze esterne continuano a farsi sentire. Sballottata tra Bucarest, Bruxelles e Mosca, la Moldova spesso subisce, più che scegliere, le dinamiche che la riguardano.
La Transnistria nella testa dei moldavi
Nel dibattito politico moldavo, la Transnistria è presente, ma solo sullo sfondo. Appare nei documenti ufficiali e nelle risoluzioni delle Nazioni Unite ma non è una priorità politica né un tema capace di mobilitare consenso. Entra nelle dichiarazioni formali, ma resta fuori dalle campagne elettorali e dalla comunicazione pubblica quotidiana. La sensazione è che si preferisca lasciarla lì dov’è. Come un’anomalia congelata, da non toccare per non compromettere un equilibrio molto fragile.
Tra i moldavi, soprattutto tra i più giovani, prevale un misto di distacco e disinteresse. In molti casi non c’è ostilità, ma nemmeno coinvolgimento. Chi è nato dopo la guerra del ‘92 non ha mai vissuto un legame reale con quella regione e non la considera parte del proprio orizzonte. Se ne parla poco, e quando capita di farlo si tende a ridimensionarne l’importanza. Alcuni la liquidano come un capitolo chiuso, altri come un problema che non vale la pena riaprire. Un tassista, incontrato durante uno dei primi giorni a Chişinău, considerava un’assurdità il fatto che intendessimo recarci proprio lì.

Filobus, dettaglio, Tiraspol’.
Anche all’interno delle istituzioni, la linea è più orientata al pragmatismo che non alla rivendicazione. Certo, nessuno rinuncia formalmente al principio dell’integrità territoriale, ma nei fatti il tema non pesa nelle scelte di governo. La Transnistria è un argomento tecnico, non politico. Se ne occupano i diplomatici, non i partiti. Al contrario, nei media russi o filorussi – che sono ancora molto influenti in vaste aree del Paese – la narrazione è più carica e la Transnistria viene presentata come una comunità alleata, vicina per lingua e orientamento.
Verso il confine che “non esiste”
La Transnistria per noi comincia a Chișinău. La persona che ci viene a prendere è la moglie di un ragazzo locale, conosciuto online. Guida una Toyota Prius targata Transnistria. Le targhe sono bianche, con il tricolore rosso-verde-rosso sulla sinistra di quella posteriore. Ufficiali per Tiraspol’, ma non riconosciute a livello internazionale. In Moldova, quelle targhe non esistono. La loro sola presenza su una macchina in circolazione a Chișinău è un paradosso. Come tante altre anomalie, sono però tollerate come un dato di fatto. La Moldova ha più volte sollecitato l’adozione di targhe “neutre”, prive di simboli “statali”, ma nella pratica la questione è rimasta irrisolta. In Transnistria, adottare targhe neutre sarebbe visto come un cedimento.
La giornata è splendida. Il cielo è terso, il sole caldo, quasi estivo. Siamo a fine aprile ma sembra giugno. Lasciamo la capitale e imbocchiamo la strada in direzione sud-est. Non è un’autostrada vera e propria. In Moldova, infatti, una rete autostradale non esiste. Si tratta più di una strada extraurbana a corsia unica per senso di marcia, con limiti di velocità bassi, spesso fissati a 50 o 70 km/h.
Il tragitto verso la Transnistria dura poco più di un’ora. Lungo il percorso ci fermiamo più volte a fotografare vecchie stazioni degli autobus costruite in epoca sovietica. Quella di Bulboaca è una struttura in cemento, semplice, ma decorata da un grande mosaico con scene di folklore rurale. In alto, due bandiere: quella moldava e quella dell’Unione Europea. Sembrano quasi appese lì per caso, ma dicono molto.

La fermata del bus di Bulboaca.
Poi arrivano i checkpoint. Tre, in sequenza.
Il primo è quello moldavo: una pattuglia della polizia, visibilmente annoiata, ci fa passare con un cenno. Nulla viene registrato. Fermare davvero chi si dirige in Transnistria significherebbe ammettere che si tratta di una frontiera, e questo per Chișinău è comprensibilmente inaccettabile. Ufficialmente, si resta sempre in territorio moldavo. Il secondo checkpoint è quello dei mirotvorcy. Il contesto cambia bruscamente. Il posto di blocco è pesantemente militarizzato: barriere di cemento, torrette d’osservazione, camion parcheggiati di traverso. I soldati sono in assetto da guerra: giubbotti antiproiettile, passamontagna tirati fino agli occhi e fucili d’assalto ben visibili. Le uniformi sono quelle russe. Osservano i veicoli con attenzione, ma non ci fermano.
L’ultimo è il checkpoint transnistriano. Qui sì, i controlli ci sono, anche se più rilassati di quanto mi aspettassi. Gli agenti della polizia di frontiera visionano i nostri documenti, chiedono il motivo del viaggio e la durata prevista della permanenza. Il passaporto non viene timbrato – per ovvie ragioni– ma viene inserito un piccolo foglietto all’interno, un “paper slip”. È il visto, valido dodici ore, rilasciato dalle autorità locali. Nessuna domanda scomoda, nessuna difficoltà particolare. Ma so che non è sempre così. I turisti che arrivano in maršrutka vengono spesso fatti scendere, interrogati e controllati. I giornalisti e le fotocamere non sono visti di buon occhio.
Tommaso Bontempi
Fine della prima puntata. [Nei prossimi giorni pubblicheremo la seconda]





