Tre modelli a confronto per l’Ucraina che verrà. A sfidarsi non sono solo teorie economiche, ma esperienze in parte già attuate e naturalmente pressioni da parte degli attori esterni – specie quelli in grado di influire maggiormente coi propri capitali. Per il momento, lo Stato ucraino continuerà a contare.
La ricostruzione economica dell’Ucraina non costituirà soltanto il più grande progetto del genere in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale, ma sarà anche un banco di prova politico e ideologico di vasta portata. Tra le domande a cui dovrà dare una risposta, quale ruolo assegnare allo Stato, come mobilitare il capitale privato in un contesto post-bellico ad alto rischio, che tipo di integrazione europea perseguire e, in ultima analisi, quale contratto sociale offrire a una comunità devastata dalla guerra e dalla perdita demografica. Mentre la guerra è ancora in corso e i negoziati sul futuro dell’Ucraina sono ancora incerti, il Paese si trova già al centro di un confronto cruciale sul modello economico che dovrebbe emergere dal conflitto.
Un consenso solo apparente: build back better
Secondo l’ultimo report Rapid Damage and Needs Assessment (RDNA4) [1], pubblicato nel febbraio 2025 da Banca Mondiale, UNDP e Commissione europea, il fabbisogno complessivo per la ricostruzione e la ripresa dell’Ucraina nel periodo 2025–2035 ammonta a circa 524 miliardi di dollari, a fronte di 176 miliardi di danni diretti già subiti. Solo nel 2025, il gap di finanziamento stimato supera i 9,9 miliardi di euro. Il dibattito sul modello economico post-bellico è incentrato su una questione fondamentale: qual è la soluzione migliore per garantire un equilibrio tra Stato, mercato e capitale internazionale per una ricostruzione sostenibile, politicamente legittima e socialmente inclusiva?
A livello retorico, esiste un consenso trasversale sull’obiettivo del cosiddetto build back better: non una semplice ricostruzione dell’economia prebellica, ma una modernizzazione strutturale che renda l’Ucraina più resiliente, integrata nel mercato europeo e meno vulnerabile alla corruzione oligarchica. È sul come raggiungere questo obiettivo che il consenso viene meno. Il dibattito si è progressivamente polarizzato attorno a tre visioni principali: un campo neoliberale/pro-mercato, un campo critico/interventista, e una gamma di posizioni ibride o pragmatiche che cercano di combinare elementi di entrambi.
La visione neoliberale: privatizzare per rompere con il passato
Il campo favorevole a riforme di mercato radicali trova i suoi sostenitori più vocali in think tank conservatori come la Heritage Foundation, in attori finanziari globali come BlackRock e JPMorgan, e in alcuni settori del governo ucraino stesso, per esempio l’ufficio del Primo Ministro ed ex Ministro delle Finanze Yulia Svyrydenko e le strutture incaricate del coordinamento della ricostruzione infrastrutturale. In questa visione, sostenuta anche dall’Ufficio del Presidente nel quadro delle relazioni istituzionali con i donatori occidentali, la ricostruzione dovrebbe essere guidata prevalentemente dal settore privato, mentre allo Stato spetterebbe un ruolo limitato ma cruciale: garantire stabilità macroeconomica, sicurezza giuridica, tutela dei diritti di proprietà e un contesto regolatorio favorevole agli investimenti.
La tesi centrale è che l’Ucraina debba cogliere l’occasione storica della ricostruzione per operare una rottura definitiva con l’eredità dell’economia pianificata sovietica, ancora incarnata – secondo questa prospettiva – nelle circa 3.500 imprese statali che andrebbero privatizzate o liquidate [2]. Il Ministero delle Finanze, in particolare, ha promosso attivamente strumenti di public–private partnership, nuovi quadri di public investment management e meccanismi di de-risking pubblico volti a rendere “bancabili” i progetti di ricostruzione, in linea con le raccomandazioni di FMI, Banca Mondiale e Commissione Europea.
L’argomento centrale è duplice. Da un lato, la magnitudo della ricostruzione renderebbe illusorio affidarsi prevalentemente a sovvenzioni pubbliche: il capitale privato, nazionale e internazionale, sarebbe invece l’unica fonte realistica di finanziamento [3]. Dall’altro, lo Stato ucraino viene descritto come strutturalmente corrotto e inefficiente: ridurne il perimetro d’azione significherebbe limitare le opportunità di rent-seeking.
In questo quadro si collocano le iniziative, poi abortite, legate a BlackRock, JPMorgan e McKinsey, che tra il 2022 e il 2024 avevano promosso l’idea di un Ukraine Development Fund capace di mobilitare fino a 15 miliardi di dollari di capitale privato attraverso meccanismi di de-risking pubblico [4]. Il progetto si inseriva esplicitamente nella strategia di parte del governo ucraino di utilizzare risorse pubbliche e garanzie sovrane per catalizzare capitali privati. I sostenitori di questa linea hanno presentato come esempio i casi di Afghanistan, Iraq e Bosnia-Erzegovina, dove gli enormi flussi di aiuti economici pubblici non hanno prodotto economie autosufficienti né istituzioni economiche solide. Il ritiro di BlackRock nel 2025, motivato dalla mancanza di interesse degli investitori e dall’incertezza geopolitica, ha però messo in luce i limiti di questo approccio, dimostrando come il conflitto in corso renda difficile un protagonismo assoluto del settore privato in questo momento.
La critica al neoliberismo: rischi sociali e lezioni ignorate
A questa narrativa si contrappone una corrente critica sempre più strutturata, che include istituzioni come la Rosa Luxemburg Stiftung, analisti, economisti femministi e settori della società civile ucraina. Il loro argomento centrale è che il neoliberal peace-building ha un bilancio storicamente negativo, inclusi proprio i casi spesso citati dai suoi sostenitori. La Bosnia-Erzegovina viene indicata come esempio emblematico: una ricostruzione formalmente completata, ma incapace di produrre uno sviluppo endogeno o una stabilità politica duratura. Secondo Luke Cooper, la guerra ha già costretto l’Ucraina ad “abbandonare silenziosamente il neoliberismo”: con una spesa militare pari al 30% del PIL nel 2023, l’economia ucraina è diventata di fatto fortemente coordinata dallo Stato [5].
I critici sottolineano inoltre come il debito pubblico sia cresciuto da circa 100 a 160 miliardi di dollari, limitando drasticamente lo spazio fiscale futuro. Le riforme del lavoro adottate durante la guerra – che hanno sospeso il codice del lavoro e ridotto le tutele per circa il 70% della forza lavoro – vengono interpretate come l’anticipazione di una trasformazione sociale regressiva [6].
Secondo questa prospettiva, il rischio strutturale è la deindustrializzazione: un’Ucraina ridotta a economia agricola a basso valore aggiunto, fornitrice di materie prime per l’Europa occidentale, mentre capitale umano qualificato emigra permanentemente [7]. I 6,5 milioni di rifugiati all’estero rappresentano una perdita che nessun flusso di investimenti finanziari può compensare automaticamente senza il supporto di politiche statali mirate al reinserimento e al ritorno in patria degli emigrati ucraini.

L’alternativa interventista: Stato, industria e sovranità
Dalle contraddizioni della guerra emerge una terza via, meno ideologica e più radicata nell’esperienza concreta del conflitto. Infatti, la necessità di sviluppare rapidamente un complesso militare-industriale domestico, garantire la continuità dei servizi essenziali e sostenere la capacità produttiva interna ha dimostrato che lo Stato ucraino è riuscito a coordinare produzione, innovazione e logistica in un momento di crisi acuta. Si potrebbe affermare che l’economia di guerra abbia funzionato da “laboratorio forzato” per forme di interventismo selettivo che difficilmente sarebbero state praticabili in tempo di pace.
Questa visione trova espressione soprattutto in alcuni settori del Ministero dell’Economia e tra funzionari coinvolti nella politica industriale e sociale. Il Ministro dell’Economia Sergii Marchenko e la sua vice Tetyana Berezhna, ad esempio, hanno collegato esplicitamente gli obiettivi di crescita di medio periodo alla riduzione della disparità salariale di genere, segnalando una concezione dello sviluppo che integri competitività, inclusione e sostenibilità del mercato del lavoro. In questa prospettiva, la crescita non può essere ottenuta esclusivamente tramite liberalizzazioni e attrazione di capitale estero, ma richiede il rafforzamento delle capacità produttive e istituzionali interne.
Il modello di riferimento non è un ritorno all’economia pianificata, bensì una politica industriale attiva ispirata a precedenti europei storicamente riusciti, come la Germania del dopoguerra o la Polonia post-adesione all’UE. Gli strumenti includono l’internalizzazione della ricostruzione con priorità ai produttori domestici, il mantenimento del controllo pubblico su infrastrutture critiche, la creazione di parchi industriali e lo sviluppo di una Ukrainian Development Bank sul modello di istituzioni come la KfW tedesca o la BGK polacca, capaci di finanziare investimenti di lungo periodo e orientare il credito verso settori strategici [8].
Questa impostazione ha trovato legittimazione anche in ambito accademico. Il CEPR, nel Blueprint for the Reconstruction of Ukraine [9] del 2022, ha criticato i modelli puramente finanziari e asset-manager-driven giudicandoli poco adatti a modernizzare strutturalmente l’economia ucraina senza un forte rafforzamento delle istituzioni pubbliche.
Un ulteriore sostegno proviene dal lavoro della Commissione Europea attraverso la Ukraine Facility (2024–2027). Pur mantenendo condizionalità macroeconomiche, l’istituzione combina sovvenzioni e prestiti con piani nazionali di riforma e investimento, rafforzando il ruolo dello Stato ucraino nella definizione delle priorità strategiche e concependo il settore privato come partner, non come sostituto dell’azione pubblica [10]. Tuttavia, le condizionalità UE combinano riforme di mercato e standard sociali elevati, creando frizioni con le riforme del lavoro già adottate da Kiev. Resta aperta la domanda se l’Ucraina debba convergere verso il modello sociale europeo o verso una versione più market-friendly dell’integrazione.
Tra ideologia e pragmatismo bellico
La ricostruzione dell’Ucraina non sarà una scelta tecnica, ma profondamente politica. Tra l’urgenza di attrarre capitali, il peso del debito, le condizionalità europee e le cicatrici sociali della guerra, Kiev si trova di fronte a un dilemma strutturale: replicare modelli già noti o sperimentare una sintesi nuova, adattata a un contesto post-bellico europeo del XXI secolo. La risposta probabilmente non sarà né un ritorno al puro neoliberismo, né un’economia statalizzata, ma un equilibrio instabile tra pragmatismo e visione strategica. È su questo equilibrio che si giocherà non solo la ripresa economica dell’Ucraina, ma anche la sua futura stabilità politica e il successo dell’integrazione europea.
Fabiola Bono
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Fonti
- World Bank, UNDP, European Commission (2025), Ukraine Fourth Rapid Damage and Needs Assessment (RDNA4), febbraio 2025
https://www.worldbank.org/en/news/press-release/2025/02/25/updated-ukraine-recovery-and-reconstruction-needs-assessment-released - European Commission (2024), Ukraine Facility Regulation and Ukraine Plan (2024–2027)
https://neighbourhood-enlargement.ec.europa.eu/ukraine-facility_en - Becker, T., Eichengreen, B., Gorodnichenko, Y. et al. (2022), A Blueprint for the Reconstruction of Ukraine, Centre for Economic Policy Research (CEPR)
https://cepr.org/publications/books-and-reports/blueprint-reconstruction-ukraine - Heritage Foundation (2023), Ukraine’s Post-War Reconstruction Strategy: Breaking Free of the Soviet Economic Legacy
https://www.heritage.org/europe/report/ukraines-post-war-reconstruction-strategy-breaking-free-the-soviet-economic-legacy - Heritage Foundation (2024), A Recovery Plan for a Strong Postwar Ukraine
https://www.heritage.org/europe/commentary/recovery-plan-strong-postwar-ukraine - Reuters (2024), BlackRock, JPMorgan Chase helping Kyiv raise funds for reconstruction bank (via Kyiv Independent)
https://kyivindependent.com/reuters-blackrock-jpmorgan-chase/ - Cooper, L. (2024), The neoliberal battle for Ukraine’s reconstruction, New Statesman
https://www.newstatesman.com/the-weekend-essay/2024/08/the-neoliberal-battle-for-ukraines-reconstruction - PeaceRep / London School of Economics (2023), Economic resilience, social dialogue and democracy in wartime
https://peacerep.org/wp-content/uploads/2023/01/Policy-Brief-LC-Interview-with-LRT-LSE.pdf - Rosa Luxemburg Stiftung (2022), To Rebuild, Ukraine Needs Just Social Policy
https://www.rosalux.de/en/news/id/49738 - Rosa Luxemburg Stiftung (2023), The Challenges on Ukraine’s Path to EU Integration
https://www.rosalux.de/en/publication?tx_news_pi1%5Bnews%5D=53362 - Yurchenko, Y. (2023), Neoliberal Peace-Building: Profiting From Destruction and Reconstruction, Green European Journal
https://www.greeneuropeanjournal.eu/neoliberal-peace-building-profiting-from-destruction-and-reconstruction/
[1]World Bank, UNDP, European Commission (2025), Ukraine Fourth Rapid Damage and Needs Assessment (RDNA4), febbraio 2025
[2]Heritage Foundation (2023), Ukraine’s Post-War Reconstruction Strategy: Breaking Free of the Soviet Economic Legacy
[3]Heritage Foundation (2024), A Recovery Plan for a Strong Postwar Ukraine
[4]Reuters (2024), BlackRock, JPMorgan Chase helping Kyiv raise funds for reconstruction bank (via Kyiv Independent)
[5]Cooper, L. (2024), The neoliberal battle for Ukraine’s reconstruction, New Statesman
[6]Rosa Luxemburg Stiftung (2023), The Challenges on Ukraine’s Path to EU Integration
[7]Yurchenko, Y. (2023), Neoliberal Peace-Building: Profiting From Destruction and Reconstruction, Green European Journal
[8]PeaceRep / London School of Economics (2023), Economic resilience, social dialogue and democracy in wartime
[9]Becker, T., Eichengreen, B., Gorodnichenko, Y. et al. (2022), A Blueprint for the Reconstruction of Ukraine, Centre for Economic Policy Research (CEPR)
[10]European Commission (2024), Ukraine Facility Regulation and Ukraine Plan (2024–2027)





