Nonostante il cessate il fuoco dell’ultima ora, l’aria a Mosca resta tesa. Più che per i droni ucraini, i russi sembrano infatti preoccupati per i blocchi di internet e le crescenti incertezze economiche.
Nei giorni scorsi l’Associated Press, citando fonti proprie, ha raccontato un curioso episodio. Vladimir Putin, in una riunione a porte chiuse con alti funzionari governativi, sarebbe esploso in una sfuriata chiedendo ai presenti se avessero “un briciolo di saggezza”. La ragione? L’applicazione delle sempre nuove norme tese a limitare l’accesso dei russi a Internet. In particolare, i blocchi di questi giorni al traffico telefonico e in Rete, nell’imminenza della Parata della Vittoria del 9 maggio. Detto che sono fin troppi, in giro, quelli che pretendono di sapere che cosa Putin (che non è esattamente il leader politico più trasparente del mondo) fa o non fa, dice o non dice, pensa o non pensa, la storiella ha comunque un suo significato, sia per quanto riguarda l’oggi, sia in prospettiva.
Andiamo con ordine. Da molto tempo, ormai, il Cremlino lavora a un progetto di stampo cinese, una grande muraglia (quella cinese, che si chiama proprio così, è attiva dal lontano 2003) che lasci filtrare dall’esterno solo le comunicazioni gradite o innocue e che, in caso estremo, possa permettere lo sgancio della Russia dal World Wide Web. Un Internet sovrano che è stato in qualche modo avviato nel maggio del 2019 con la legge federale N 90-FZ, che detta soprattutto due disposizioni: gli operatori di telecomunicazioni (obbligati a iscriversi a un registro statale) sono tenuti a installare apparecchiature statali nei punti di scambio del traffico per analizzare e filtrare il traffico, sia quello interno al Paese sia quello che attraversa il confine russo; e il Roskomnadzor (l’Agenzia federale per il controllo delle comunicazioni) è incaricato di controllare la gestione della Rete russa e bloccare l’accesso ai siti vietati in Russia.
Sarà una combinazione, ma il varo della suddetta legge N 90-FZ coincideva (siano nel 2018) con il primo tentativo delle autorità russe di bloccare Telegram, il social inventato nel 2013 dai fratelli Pavel (il volto noto) e Nikolaj (il genio di famiglia) Durov. In pochissimo tempo Telegram aveva conquistato gli utenti (100 mila utenti al giorno nel 2013, 15 milioni nel 2014, e nel 2021 diventerà l’app più scaricata nel mondo) e preoccupato il Cremlino per la totale riservatezza garantita a chi lo usa. La Legge Yarovaja, approvata nell’aprile 2018, chiedeva a Telegram di conservare le chiavi di crittografia di tutti gli utenti e di passarle all’FSB, il servizio segreto interno. Durov rispose che le chiavi non erano a sua disposizione perché conservate nei device degli utenti. Le autorità cominciarono a rallentare il traffico Telegram, poi provarono a bloccarlo e, per far breve una storia lunga, i Durov presero e si trasferirono prima negli Usa e poi negli Emirati Arabi Uniti, dove risiedono tuttora. Impotente, il Cremlino decise di “perdonarli” nel 2020, in sostanza accantonando la questione.
E questa è storia. Una storia mai sepolta, però, e che anzi, con l’aumentare delle tensioni con l’Occidente e infine con l’invasione dell’Ucraina, ha inevitabilmente preso slancio. Man mano le autorità russe hanno bloccato quasi tutti i social (ecco l’elenco: X, Facebook, Instagram, YouTube, Snapchat, LinkedIn, Discord, Signal, FaceTime, WhatsApp e Viber) e hanno rafforzato i controlli sulla Rete. La motivazione è riassunta in un’espressione ricorrente: ragioni di sicurezza. A essere oggettivi non si tratta solo di una scusa o di un modo di dire. In questi anni di guerra gli ucraini, che peraltro godono dell’aiuto di quasi tutti i servizi segreti dell’Occidente, hanno usato benissimo la Rete per penetrare lo spazio russo e condurvi astute azioni di disturbo, reclutando informatori e agenti, raccogliendo fondi, organizzando attentati, mobilitando speciali squadre di mošenniki (truffatori, era diventata famosa l’organizzazione di Dnipro) che, fossero in origine malviventi o agenti governativi, truffavano i cittadini russi trasferendo poi le somme estorte verso le forze armate ucraine.
Detto questo, è chiaro che il progetto finale del Cremlino è di ottenere un controllo il più pervasivo possibile sull’opinione pubblica. L’accanimento contro i social occidentali non è affatto casuale. E anche qui ci sono diverse ragioni, una più generale e una più particolare. La prima sta nel fatto che, come avviene anche nelle società occidentali, in Russia i social sono la prima fonte d’informazione della popolazione, soprattutto tra i giovani. Lo conferma un recente studio del Levada Center, il più autorevole istituto di ricerca sociologica del Paese, regolarmente inserito dalle autorità nella lista degli “agenti stranieri”.
La ricerca del Levada ribadisce un dato tradizionale per la Russia: il principale singolo strumento di informazione resta di gran lunga la televisione. Però attenzione: se 15 anni fa lo era per il 93-94% dei russi, oggi lo è solo per il 61%. E l’impatto della Rete è devastante: basta sommare (perché la sovrapposizione è inevitabile) il 27% di chi s’informa sui siti di notizie, il 38% di chi lo fa sui social, il 26% degli utenti di Telegram, il 7% di chi segue YouTube per superare il dato complessivo di Tv, stampa e radio messi insieme. Un’evoluzione non molto gradita nemmeno in Occidente e in altre parti del mondo (Telegram è bloccato o limitato in 31 Paesi) ma che in Russia, dove le autorità hanno l’ambizione di controllare la formazione dell’opinione pubblica, risulta assai preoccupante.
E lo diventa ancor più se, compulsando lo studio Levada, diamo un’occhiata alla composizione anagrafica dei diversi settori di utenza. Perché la fruizione della Tv tocchi la media nazionale del 61% bisogna scavallare i 40 anni, e per andare oltre la media i 55. Radio (10% la media nazionale) e stampa (6%) devono invece aspettare gli over 55 per conquistare la loro già bassa media di utenti. I giovanissimi e i giovani sono altrove. Il 54% dei 18-24 anni e il 52% dei 25-39 anni si informa sui social; lo fanno sui siti di notizie il 28% dei 18-24 anni e il 32% dei 25-39; usa Telegram per informarsi il 34% dei 18-24 e il 36% dei 25-39. Un responso inequivocabile, che ha resistito anche ai blocchi (Facebook, Instagram, What’s App…) grazie all’uso massiccio dei VPN (Virtual Private Network), i servizi che nascondono l’indirizzo IP dell’utente, garantendogli anonimato, privacy e la possibilità di aggirare eventuali limitazioni geografiche.
Un quadro mediatico che riflette a perfezione il non brillantissimo momento politico di Vladimir Putin. Ancora il Levada Center nei giorni scorsi ha riproposto un sondaggio che svolge a intervalli regolari, chiedendo ai russi chi voterebbero se le elezioni presidenziali si tenessero la domenica successiva. Il più votato è stato Putin, con il 49%. Nel gennaio del 2024, alla stessa domanda secca, Putin aveva raccolto il 69% delle preferenze. È vero, chi gli arriva più vicino, ovvero il capo del Partito comunista Zjuganov e il primo ministro Mishustin, si ferma a un misero 1%. Però… Il però è grosso come quei venti punti percentuali in meno.
Non c’è da stupirsi. Questo inizio di 2026 è il momento in cui è andata in frantumi l’illusione putiniana di condurre la guerra senza influire in misura sensibile sullo stile di vita dei russi. I dati economici, del resto, parlano chiaro. Per esempio, quelli sulla crescita-non crescita del Prodotto interno loro (PIL) come registrati dal Fondo monetario internazionale: + 5,9% nel 2021, – 1,4% nel 2022 (l’anno dell’invasione), + 4,1% nel 2023, + 4,3% nel 2024, + 0,6% nel 2025 e una previsione del + 1% nel 2026. O quelli che la TASS ha elaborato sulle notizie fornite dal ministero russo delle Finanze: tra gennaio e novembre del 2025 il gettito di gas e petrolio è diminuito del 21,4%. Non poca cosa nel Paese in cui gas e petrolio costituiscono tuttora il 63% delle esportazioni e coprono circa la metà del bilancio federale. Ed è di poca o nulla consolazione l’attuale contingenza internazionale, compresa l’impennata dei prezzi dovuta alla crisi nello Stretto di Hormuz. Il petrolio da settimane è quotato ben oltre i 100 dollari a barile e gli Usa sono stati costretti ad allentare le sanzioni, ma il governo continua a basare le sue previsioni di bilancio su un barile quotato intorno ai 60 dollari, segno evidente che la Russia stessa non ritiene di trarre benefici decisivi dall’attuale stato di guerra in Iran.
Sull’altro piatto della bilancia un sistema di sostegno sociale che in questi anni, distribuendo crescenti benefici, è servito anche alla costruzione del consenso, che non smette di consumare risorse e poi, soprattutto le spese per la guerra. Secondo le stime più diffuse (e da molti considerate al ribasso), la Russia investe nel conflitto tra 550 milioni e 1 miliardo di dollari al giorno. In Russia resta tuttora esclusa l’ipotesi di una mobilitazione generale ma la popolazione è stata ugualmente coinvolta nelle difficoltà del momento con lo strumento classico di tutti i governi in difficoltà: l’aumento delle tasse. La novità più recente, che aspetta solo di essere tradotta in provvedimenti, è quella di una tassa una tantum sugli extraprofitti delle aziende più beneficiate dagli effetti della crisi nel Golfo Persico: banche private, compagnie chimiche e minerarie, aziende del settore energetico. Il che fa seguito all’appello che Putin qualche settimana fa aveva lanciato ai grandi industriali russi a margine del XXXV° Congresso degli Industriali di Russia, chiedendo loro di offrire donazioni volontarie per sostenere lo sforzo bellico. Industriali che hanno risposto all’appello, pur dovendo già trangugiare un aumento della tassazione corporatedal 20 al 25%.
Prima ancora, per i cittadini comuni, c’era stato l’aumento dell’Iva dal 20 al 22% e l’applicazione di accise più consistenti a categorie merceologiche pian piano sempre più ampie: alcolici, sigarette, sigarette elettroniche, tutta la gamma telefonini-tablet-computer fino ai servizi telefonici e digitali. Il tutto per mettere un freno all’aumento del passivo del bilancio statale, che per il 2025 è al 2,6% del Pil, il più alto da quando l’invasione è cominciata.
Le difficoltà del momento, infine, hanno trovato una plastica rappresentazione nella versione ridotta della Parata della Vittoria del 9 maggio: l’81° ricordo della vittoria sul nazismo non vedrà sfilare sulla Piazza Rossa i mezzi corazzati e nemmeno i reparti dei cadetti dell’esercito e della marina per timore dei droni a largo raggio dell’Ucraina, che ogni giorno a decine cercano di colpire Mosca. Tanto che, secondo notizie che attendono definitiva conferma, la capitale sarebbe stata circondata con una rete di una cinquantina di nuove torri per la difesa antiaerea.
Non c’è da stupirsi, quindi, se i russi (e, per quel che vale, anche noi) pensano che non sia casuale la coincidenza del 9 maggio con i tentativi sempre più evidenti di mettere il tappo finale alla Rete. E credono che le prove di chiusura realizzate, per le solite “ragioni di sicurezza”, nell’imminenza della Parata siano in realtà prove tecniche in vista di qualche fine ulteriore. A confermare il pessimismo c’è anche il tentativo, ormai trasparentissimo, di dare il colpo finale al vecchio rivale, Telegram, l’app di messaggistica più usata dai russi.
Rallentamenti del traffico, interruzioni a macchia di leopardo in tutte le regioni russe, discussioni alla Duma per metterlo fuori legge. Il tutto, tra l’altro, per favorire Max, l’app governativa (è stata prodotta da V Kontakte, il Facebook nazionale russo, al cui vertice siede Vladimir Kirienko, figlio di quel Sergej che fu primo ministro ed è da anni vice-capo dell’amministrazione presidenziale, oltre che capo-delegazione al negoziato con Usa e Ucraina). Max avrebbe l’ambizione di essere l’app totale per i russi, buona per i messaggi, per l’home banking e per i rapporti con le istituzioni locali e federali. Ma i russi sanno bene che una foto o un messaggio postati su Max finiscono dritti dritti negli archivi dei servizi di sicurezza e quindi se ne servono per gli usi banali, riservando a Telegram la comunicazione più sensibile o privata. Il che, nelle attuali condizioni, equivale a un fenomeno sotterraneo di dissenso.
Il problema, per Putin e i suoi, è che le ipotesi di blocco di Telegram hanno suscitato proteste diffuse, anche tra i parlamentari e i pubblici ufficiali. E con questo siamo tornati all’aneddoto iniziale. Da un lato ci sono le esigenze di un assetto di potere che sperimenta le prime gravi difficoltà e non vorrebbe vederle tradotte in comunicazione negativa. Dall’altro una sensibilità che ormai palesemente sfugge ai canali d’influenza tradizionale e che mal sopporta, in un clima di crescenti difficoltà, ulteriori provvedimenti restrittivi. Nel mezzo sta quella “saggezza” che Putin vorrebbe dai suoi funzionari ma che diventa sempre più difficile rinvenire.
Fulvio Scaglione





