Un romanzo che ricostruisce il passato recente della Georgia intrecciando memoria storica e memoria familiare. Una lettura appassionante, imprescindibile per capire dall’interno le contraddizioni che animano la Georgia di oggi, tra aspirazioni europee e retaggi sovietici.
Quando John Steinbeck, nel 1948, definì la Georgia “una sorta di secondo paradiso” nel suo A Russian Journal, ne colse l’immagine idilliaca che circolava nell’Unione Sovietica: un lembo meridionale e soleggiato dell’impero, culla di vigneti e di ospitalità proverbiale. Ma l’uso ironico che Nino Haratischwili fa di queste parole, collocandole come epigrafe verso la fine del suo romanzo, dice molto sulla distanza tra percezioni e realtà. Nella Tbilisi in cui la narratrice Niza subisce un’aggressione brutale e la guerra civile infuria dopo il crollo dell’URSS, quell’immagine bucolica si dissolve per lasciare spazio alla durezza della storia.
L’ottava vita (per Brilka), pubblicato in tedesco nel 2014 e apparso in Italia per l’editore Marsilio nel 2020, è diventato un fenomeno internazionale. Si tratta di un’opera monumentale che attraversa il “secolo rosso”, come la narratrice definisce il Novecento, da una prospettiva rara: quella di una repubblica periferica dell’impero sovietico, il cosiddetto balcone d’Europa sul Caucaso. In oltre novecento pagine, l’autrice ricostruisce un mosaico in cui la vicenda di sei generazioni della famiglia Jashi diventa specchio delle trasformazioni politiche, sociali e culturali della Georgia e, più in generale, dello spazio post-sovietico.
Pur ancorata a personaggi e relazioni familiari, l’opera non è un romanzo intimista. È piuttosto un dispositivo narrativo che intreccia destini privati e avvenimenti storici: la repressione staliniana, l’assedio di Leningrado, la Primavera di Praga, la perestrojka, il crollo del Muro di Berlino e le convulsioni degli anni ’90. La scrittura di Haratischwili non racconta la storia della Georgia come un manuale, ma la fa vivere attraverso le sue fratture, i suoi silenzi e le sue ripetizioni.
La Georgia come soggetto storico autonomo
Uno dei meriti maggiori del libro è quello di restituirci la Georgia come entità distinta dalla Russia, con lingua, tradizioni e identità propri, troppo spesso confusi o inglobati nella narrazione russa. Il lettore occidentale — e persino quello russo — scopre un Paese la cui storia moderna non può essere ridotta a un’appendice di Mosca. La Georgia ha conosciuto un’indipendenza effimera tra il 1918 e il 1921, prima che l’Armata Rossa la riportasse nell’orbita sovietica. Questo trauma originario trova un’eco drammatica nella strage del 9 aprile 1989, quando le truppe sovietiche dispersero con la forza una manifestazione pacifica a Tbilisi, lasciando decine di morti e centinaia di feriti.
Haratischwili mostra come l’esperienza sovietica abbia lasciato tracce profonde, non solo nelle istituzioni ma anche nella memoria collettiva. L’assenza di un vero processo di Aufarbeitung der Vergangenheit — quella “resa dei conti col passato” che la Germania intraprese dopo la Seconda guerra mondiale — ha contribuito a perpetuare dinamiche di potere, corruzione e violenza. Nel romanzo, il tempo storico non è lineare ma circolare: le stesse ingiustizie, repressioni e tragedie si ripetono, mutando solo i volti dei protagonisti.
Il potere e le sue ombre
La figura di Stalin aleggia sul romanzo come un fantasma onnipresente, benché quasi mai nominato direttamente. L’autrice sceglie di chiamarlo “il Generalissimo”, “Soso”, “Koba”, quasi a seguire la logica fiabesca che impedisce di pronunciare il nome dell’orco. Accanto a lui, compare il famigerato Lavrentij Berija — georgiano anch’egli — descritto come “il piccolo grande uomo”, capo dell’NKVD, abusatore seriale e uomo di fiducia del dittatore.
Il potere totalitario, nelle pagine di Haratischwili, non è mai un concetto astratto. È esercizio concreto di violenza, intimidazione e controllo, capace di deformare anche i codici morali di chi lo subisce. In una delle scene più disturbanti, il marito di una delle protagoniste compie un atto irreversibile per allontanare la moglie dalle attenzioni di Berija, mostrando come la logica del potere corrompa anche le vittime.
Eppure, il romanzo non si limita a condannare il vertice politico: offre uno sguardo critico anche sui privilegi goduti da parte dell’élite georgiana all’interno dell’URSS. Kostja, uno dei patriarchi della famiglia, ironizza sulle lamentele di vittimismo nazionale ricordando come molti georgiani abbiano beneficiato della propria posizione di rilievo nell’apparato sovietico.
Memoria, identità e trauma
La forza di L’ottava vita (per Brilka) sta nel coniugare memoria storica e memoria familiare, rivelando come i traumi collettivi si inscrivano nei destini individuali. Le generazioni trasmettono non solo ricordi e racconti, ma anche ferite e nodi irrisolti. La narratrice Niza, ormai adulta e residente in Germania, si rivolge alla nipote dodicenne Brilka con l’intento di consegnarle un’eredità complessa: tutto ciò che la sua generazione e le precedenti non sono riuscite a risolvere.
Questa eredità non è solo un carico di dolore, ma anche un invito a spezzare il ciclo. Non a caso, l’ottavo libro che conclude il romanzo è una pagina bianca: un gesto simbolico che lascia a Brilka — e, metaforicamente, alla Georgia — la possibilità di scrivere un nuovo capitolo, libero dai vincoli del passato.
Il “secolo rosso” e la Georgia di oggi
Per il lettore interessato alle dinamiche post-sovietiche, L’ottava vita offre una chiave di lettura imprescindibile. Capire la Georgia di oggi significa confrontarsi con la stratificazione di eventi che hanno modellato il Paese: dall’invasione bolscevica all’integrazione forzata nell’URSS, dalla Seconda guerra mondiale alle purghe staliniane, dalla disillusione della perestrojka alle guerre civili e ai conflitti etnici degli anni ’90.
Questi eventi hanno lasciato in eredità un sistema politico fragile, una società segnata da divisioni interne e una geopolitica complessa, sospesa tra l’attrazione verso l’Europa e la pressione esercitata dalla Russia. Leggere Haratischwili significa comprendere che la storia georgiana non è una sequenza di episodi isolati, ma un continuum in cui il passato sovietico è ancora presente, nei simboli, nei rapporti di potere e nelle memorie personali.
Letteratura come strumento di conoscenza storica
Sebbene la struttura narrativa sia ricca di elementi romanzeschi — un’antica ricetta di cioccolata maledetta, apparizioni di spiriti, amori e passioni intense — la vera linfa del libro è la sua capacità di illuminare la storia. Haratischwili scrive un’opera che, pur nella finzione, compie un lavoro storiografico: colma le lacune lasciate dalla censura e dal silenzio ufficiale, ridà voce a chi è stato cancellato o ridotto a statistica.
Il romanzo è anche un’ottima lente per osservare le contraddizioni interne alla società georgiana: il conflitto tra aspirazioni europee e retaggi sovietici, tra modernizzazione e tradizione, tra desiderio di libertà e nostalgia per la stabilità (seppur oppressiva) dell’epoca sovietica.
L’ottava vita (per Brilka) è più di un romanzo: è un documento letterario capace di arricchire la comprensione del contesto post-sovietico nel Caucaso. In un’epoca in cui la narrativa geopolitica tende a ridurre la Georgia a una pedina nello scacchiere russo e occidentale, Haratischwili restituisce al Paese la sua voce e la sua complessità.
Conclusione
L’ottava vita (per Brilka) è anche un’opera che dialoga con i classici europei e con la tradizione del romanzo storico del Novecento. Come Guerra e pace o La casa degli spiriti, racconta un’epoca attraverso le vite di una famiglia, ma lo fa da un punto di vista inedito, periferico e per questo rivelatore.
Haratischwili ci ricorda che la storia non è mai davvero passata: continua a scorrere sotto la superficie e nel sangue di chi rimane, pronta a riaffiorare se non viene compresa e rielaborata. In un’epoca di nuove tensioni nel Caucaso e di ritorno di logiche imperiali, leggere questo libro significa capire non solo la Georgia, ma anche i meccanismi con cui il potere e la memoria si intrecciano nelle società post-sovietiche.
Virginia Gatto





