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Home Geopolitica

L’Armenia parla ancora con tutti

di Pietro Figuera
9 Luglio 2026
in Caucaso, Geopolitica
Tempo di lettura: 4 mins read
L’Armenia parla ancora con tutti

A un mese dalle elezioni che l’hanno riconfermato al potere, Pashinyan riprende la strada del pragmatismo e compie la sua prima visita all’estero in Russia. L’integrazione con l’UE resta un obiettivo, ma lontano – al di là delle recenti promesse commerciali della von der Leyen. Baku e Ankara sono molto più vicine, e impongono realismo.

Prima tappa, la Russia. A un mese esatto dalle elezioni che l’hanno visto prevalere sugli oppositori, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha scelto di dare continuità al suo pragmatismo – lo stesso che l’ha portato a “difendere” la sconfitta dopo l’ultima guerra per il Nagorno-Karabakh – e di tornare a visitare il Paese che più è stato ostile alla sua rielezione, senza farsi troppe domande.

Non sarebbe Pashinyan, altrimenti. Il campione della Rivoluzione di Velluto, a otto anni dalla sua prima ascesa al potere può dire di averle superate tutte, le avversità – altro che velluto. Sopravvivendo (politicamente parlando) a due guerre contro l’Azerbaigian, alla costante maretta interna e al sempre più freddo rapporto con Mosca. Il segreto? Non avere troppi nemici contemporaneamente, regola strategica che andrebbe fissata nella Costituzione dell’Armenia.

Ed è proprio sulla Costituzione che si gioca il futuro politico del premier riconfermato: da Baku pende da tempo la richiesta di una riforma in materia, ovvero della cancellazione di ogni riferimento ai legami con l’Artsakh – meglio noto, in Europa, come Nagorno-Karabakh. Irrimediabilmente perduta nel 2023, la repubblica mai riconosciuta fa ormai discutere a Erevan più per il destino dei suoi profughi che per le velleitarie idee di riconquista. Se infatti su queste ultime sono ormai in pochissimi a illudersi, in un bagno di realtà che non può più essere rifiutato, sul primo è invece ancora ben acceso lo scontro politico interno al Paese.

Il governo è stato sempre più spesso accusato di aver abbandonato i propri connazionali, e persino di averli messi a tacere. Di certo, per Pashinyan quella del Nagorno-Karabakh è una vicenda scomoda non solo per l’esito militare del confronto con l’Azerbaigian, da cui Erevan ne è uscita con le ossa rotte, ma per i suoi riverberi politici che ne hanno messo in discussione il potere. Con un passato di attivista e rivoluzionario, il primo ministro sa fiutare l’aria che tira nel Caucaso e ciò gli ha permesso di sventare un paio di tentativi di colpi di stato, ma anche di scendere a compromessi nei momenti in cui l’Armenia è parsa più isolata.

Oggi la congiuntura è meno critica di qualche anno fa. La vittoria elettorale di giugno non sarebbe stata possibile senza un assaggio, da parte dei cittadini armeni, dei primi frutti della pacificazione con l’Azerbaigian, nonché il lavoro diplomatico che ha provato a riavvicinare Erevan al treno europeo e occidentale. E se è vero che raramente le elezioni si vincono sui temi di politica estera, è anche vero che il benessere e la sopravvivenza dello Stato armeno dipendono strettamente dalle sue scelte di campo internazionali. Del resto, chi vive incastonato nello spazio di collisione fra tre imperi (russo, turco e persiano) deve imparare presto a non fare errori, e soprattutto a non mostrarsi troppo come il vaso di coccio pronto a infrangersi nell’urto coi propri vicini.

Rientra qui la logica della visita russa di Pashinyan, anzi della sua scelta – da molti non compresa – di scegliere la Federazione come prima tappa estera del suo nuovo mandato. Confermata la tradizionale amicizia con l’Iran, anche attraverso un diffidente approccio alle iniziative israeliane (si veda la risposta di Erevan al tardivo e strumentale riconoscimento del genocidio armeno), riannodati i fili con la Turchia, cui si è riconosciuta (anche con la simbolica cancellazione dell’Ararat dai timbri sui passaporti) la necessità di un confronto pacifico, restava solo l’incognita russa.

Davvero un paradosso, considerando che Mosca è stata (quasi) sempre considerata un’alleata e una protettrice dello Stato armeno. Ma il raffreddamento degli ultimi anni, diretta conseguenza dell’inazione del Cremlino nel consesso del CSTO – ovvero della sua incapacità, o impossibilità, di prendere le difese di Erevan nella sua guerra contro Baku, e non solo per la distrazione ucraina – è ormai storia nota. Al punto che nessuno è sembrato stupirsi del viaggio della von der Leyen nella repubblica caucasica, effettuato tatticamente una settimana fa, e delle promesse agevolazioni commerciali in chiara funzione anti-russa.

Eppure qualcos’altro si sta muovendo. Il 6 luglio Pashinyan ha incontrato il suo omologo russo, ovvero il primo ministro della Federazione Mikhail Mišustin, in una visita istituzionale a Ekaterinburg. Qui la Russia pare aver teso una mano, auspicando una tabula rasa nei rapporti sempre più difficili tra i due Paesi. L’invito a dimenticare le reciproche accuse deve ancora i conti con la realtà – prima di tutto i dazi imposti alle esportazioni armene – ma sembrerebbe aver trovato una prima risposta positiva di Pashinyan. Che del resto, da pragmatico consumato, non può certo fare orecchie da mercante. Nel caso specifico, dinnanzi alla richiesta russa di scegliere tra l’Unione Economica Eurasiatica e la concorrente Unione Europea, il primo ministro armeno ha evocato le lungaggini dell’integrazione con Bruxelles – dunque l’ampia disponibilità di tempo, prima di vedersi costretto a una decisione. Che probabilmente, a questo punto, sarà opera di un suo successore.

Nel frattempo, a Erevan si fanno i conti con altre questioni di più immediata attualità: pace esterna in funzione di una stabilizzazione interna, anche se finora sembra aver prodotto l’opposto; compromesso politico con l’opposizione per poter emendare la Costituzione; resa dei conti (o stipula di un patto di non aggressione) con la Chiesa apostolica armena, con cui finora Pashinyan è stato ai ferri corti. Qualsiasi appoggio esterno all’azione politica di “Contratto Civile” (il suo partito) è il benvenuto, che provenga da Bruxelles, da Washington (non si dimentichi il TRIPP) o persino da Mosca – del sostegno informale di Baku è meglio non parlare troppo, pena esacerbazione degli animi a Erevan. Per l’Armenia, è vitale trasformare le proprie vulnerabilità in potenzialità. Resta da capire se i tempi siano già maturi.

Tags: ArmeniaAzerbaigianRussiaTurchiaUE
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Pietro Figuera

Pietro Figuera

Fondatore di Osservatorio Russia. Laureato in Relazioni Internazionali presso l’Alma Mater di Bologna e in seguito borsista di ricerca con l’Istituto di Studi Politici S.Pio V, si è specializzato in storia e politica estera russa, con particolare riferimento all’area mediorientale. Autore de “La Russia nel Mediterraneo: Ambizioni, Limiti, Opportunità”, collabora con diverse realtà, tra cui la rivista Limes, il Groupe d’études géopolitiques e il programma di Rai Storia Passato e Presente. Leggi i suoi articoli anche su: Limes, Le Grand Continent, TPI, Pandora, VDJ

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