Cronaca dell’esercitazione congiunta tra Russia e Bielorussia che ha impensierito i vicini occidentali, soprattutto per il crescente ruolo di Minsk come avamposto russo nel fianco nord-orientale della Nato.
Negli ultimi mesi Minsk è tornata al centro della scena militare europea. Tra il 12 e il 16 settembre Bielorussia e Russia hanno svolto Zapad-2025, una grande esercitazione militare concentratasi soprattutto sul territorio bielorusso e nell’exclave russa di Kaliningrad, con attività anche sui mari di Barents e Baltico.
Questo tipo di esercitazione, chiamata Zapad (letteralmente Ovest in russo),si ripete ogni quattro anni all’interno di un più ampio schema rotazionale in cui la Russia alterna annualmente i propri principali teatri strategici. Zapad naque nel 1999 e fu resa quadriennale dopo l’accordo Medvedev-Lukašenko del 2009. Si tratta soprattutto di una “fase culmine”, o fase attiva, che dura circa una settimana e simula grandi operazioni convenzionali preceduta da mesi di dispiegamenti ed esercitazioni che preparano ogni unità al proprio ruolo. Per dichiarazione ufficiale resta un’esercitazione difensiva; eppure, letta insieme agli altri cicli dello stesso anno, spesso restituisce l’immagine di una possibile preparazione offensiva. Non di rado include anche forze di Paesi terzi, oltre a quelle bielorusse e russe. Quest’anno, ad esempio, hanno partecipato contingenti dal Bangladesh, Burkina Faso, Congo, Mali, India, Iran, Nigeria e Tagikistan.
Tuttavia Zapad-2025 costituisce un’eccezione rispetto alle interazioni degli scorsi anni. In primo luogo, su invito di Minsk, hanno partecipato osservatori di Paesi NATO: ufficiali dagli Stati Uniti,
dalla Turchia e dall’Ungheria hanno infatti presenziato ai test il 15 settembre. Il ministro della Difesa bielorusso Viktor Chrenin ha sottolineato questa volontà all’“apertura” dichiarando: «È difficile immaginare un grado di trasparenza come quello che stiamo dimostrando e garantendo in questa esercitazione. Il motivo principale è che non abbiamo nulla da nascondere». Il secondo motivo è che la Russia si trova ad affrontare un’esercitazione militare mentre porta avanti una guerra ad alta usura in Ucraina, con un’economia in assetto di mobilitazione e sotto vincoli sanzionatori. Differisce anche nella sua forma rispetto al 2021, che aveva colpito per massa e ritmo: quest’anno il quadro appare su scala ridotta e più compatto geograficamente. Un adattamento dovuto a una guerra prolungata che impone di misurarne l’efficienza più che il numero.
Infatti, sul piano operativo, è stata la Bielorussia a sostenere gran parte del peso mentre l’attenzione della Russia rimaneva assorbita dal fronte ucraino. Minsk ha coinvolto esercito, aeronautica e difesa aerea, mentre Mosca ha fornito unità combinate, componenti d’aviazione e truppe aviotrasportate. Le prove hanno incluso contrattacchi, assalti a centri abitati e operazioni di “bonifica” contro piccoli gruppi infiltrati, moduli che riflettono lezioni imparate dal conflitto in corso, come l’uso esteso di droni, fuochi di precisione e guerra elettronica a livello di piccole unità. Il 22 settembre, il Ministero della Difesa ucraino ha comunicato che tutte le unità russe impegnate nell’esercitazione avevano lasciato il territorio bielorusso, rientrando alle basi di partenza. L’episodio è stato interpretato come un segnale volto a ridurre la tensione e a riaffermare la sovranità formale di Minsk sugli spazi militari interni.
Queste tattiche poggiano su una rete infrastrutturale in rapido ammodernamento dal 2022: ad Asipovičy, alla base dell’artiglieria 1405, sono comparse nuove recinzioni e sicurezza perimetrale a più anelli; nella stessa area la 465ª brigata missili ha schierato due battaglioni di Iskander e costruito un raccordo ferroviario per collegare più rapidamente la base alla stazione. Vicino a Homel è sorto un grande complesso che potrebbe ospitare una brigata d’assalto aerea di circa 3000 uomini, parte di un nuovo comando operativo meridionale; a Paŭlaŭka, sul sito di un ex reggimento missilistico strategico sovietico, sono in corso ampliamenti con nuovi depositi, hangar e viabilità interna.
La rete addestrativa è sostenuta anche da poligoni storici e aeroporti ristrutturati, come il 227° poligono combinato di Barysaŭski che resta un hub centrale di Zapad, con scaglioni russi arrivati in ferrovia da inizio agosto e segnali di grandi unità corazzate e motorizzate; i poligoni di Lepelski e Losvida hanno ospitato a inizio settembre esercitazioni dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, descritte come “strettamente collegate” a Zapad-2025; diversi aeroporti bielorussi sono stati ristrutturati con nuovi shelter, depositi carburante, fortificazioni e postazioni di difesa aerea. Restano inoltre sotto controllo russo due nodi strategici: la stazione di comunicazione navale di Vilejka e il radar d’allerta precoce “Volga” di Baranavičy.
Dietro le cifre ufficiali, però, si nasconde anche una partita diplomatica, e cioè l’obiettivo di evitare occhi indiscreti. Infatti, la cifra ufficiale parla di circa 13.000 partecipanti: non poco, ma appena sotto la soglia del Documento di Vienna dell’OSCE, che obbliga a invitare osservatori internazionali superata (o al pari di) questa cifra. In passato stime indipendenti hanno spesso suggerito partecipazioni reali superiori a quelle dichiarate quest’anno, sebbene inferiori ai picchi del 2021. Una stima dell’intelligence lituana ipotizza un personale di 30.000 effettivi in totale, con circa un terzo stanziati in Bielorussia e il resto a Kaliningrad. La stima del personale russo si aggira intorno ai 2000 uomini.
Ad esercitazione conclusa, Minsk e Mosca hanno allineato anche il livello politico-militare. Il 31 ottobre a Minsk il ministro degli Esteri bielorusso Maksim Ryžankov ha incontrato il collega russo Sergej Lavrov per discutere un’integrazione più stretta dell’Unione Russia-Bielorussia, un
coordinamento serrato nelle sedi internazionali e un potenziamento delle rappresentanze diplomatiche; sul versante difesa, il generale bielorusso Viktor Chrenin ha visto il ministro russo Andrei Belousov per chiudere la revisione post-esercitazione e fissare i prossimi passi, dopo che già il 29 ottobre Chrenin aveva presieduto l’analisi ufficiale dei risultati, premiando i militari distintisi e indicando le priorità per la fase successiva.
In questo quadro, il tassello più sensibile resta quello dei missili: il dossier Orešnik ha riacceso l’attenzione sul fattore nucleare, con l’ipotesi di un sistema ipersonico a raggio intermedio, potenzialmente nucleare e con gittata oltre i 5.000 km. Putin ha rilanciato l’idea di schierarlo in Bielorussia; un dispiegamento così vicino ai confini UE ridurrebbe i tempi di allerta e peserebbe gravemente sul fianco nord-orientale della NATO. Il 31 ottobre Lukashenko ha definito Orešnik “un’arma terribile” e che rappresenta un messaggio ai “nemici”, pur ribadendo che Minsk non entrerà in guerra se non in caso di aggressione esterna. La portavoce Natalya Eismont ha aggiunto che i preparativi sono quasi conclusi e che la prontezza operativa è prevista per dicembre 2025. L’annuncio non prova un dispiegamento nucleare né chiarisce quantità e siti dei lanciatori, ma invia un segnale politico-militare nel Baltico e ai Paesi UE e NATO.
Nel frattempo, settembre ha visto un aumento di incidenti ai margini dello spazio aereo alleato. Alla vigilia della fase attiva, la Polonia ha segnalato il passaggio notturno di droni provenienti dalla Bielorussia; Mosca ha parlato di sconfinamenti incidentali legati agli attacchi in Ucraina. Il 13 settembre la Romania ha fatto decollare i suoi F-16 dopo aver rilevato un drone nel proprio spazio aereo. L’Estonia ha denunciato l’ingresso di tre MiG-31 sul Golfo di Finlandia per circa dodici minuti. La NATO ha poi elencato violazioni recenti ai danni anche di Finlandia, Lettonia, Lituania e Norvegia. Episodi gestibili, presi singolarmente, ma l’addensamento nella stessa finestra temporale aumenta il rischio di segnali mal interpretati e di incidenti.
I vicini della Bielorussia di certo non sono rimasti a guardare e Polonia, Lituania e Lettonia hanno risposto con esercitazioni parallele. La Polonia ha condotto per tutto settembre un’esercitazione nazionale con circa 30.000 militari e 600 piattaforme insieme agli Stati Uniti, alla Turchia, alla Slovacchia, alla Finlandia e al Canada, testando un’integrazione stretta tra forze di terra e aeronautica. In Lituania una lunga esercitazione autunnale ha coinvolto circa 17.000 partecipanti, coordinando forze armate, polizia e protezione civile. In Lettonia, fino all’8 ottobre, si sono addestrati fino a
12.000 effettivi tra riservisti e contingenti alleati. Inoltre, durante la fase attiva, Varsavia ha chiuso temporaneamente il valico di Bobrowniki con la Bielorussia, citando “motivi di sicurezza” legati alla concentrazione di truppe nei pressi del confine, riaprendolo il 25 settembre.
L’allerta e l’attenzione posta verso Zapad è dovuta al fatto che in più occasioni esercitazioni simili hanno preceduto vere offensive. Nel 2008 l’esercitazione Kavkaz precedette la guerra in Georgia; nel 2013 uno scenario presentato come “antiterrorismo” aprì la strada a mosse ibride in Crimea e nel Donbass; nel febbraio 2022 le manovre Union Resolve in Bielorussia si chiusero pochi giorni prima dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina.
Zapad-2025,al di là dei numeri, indica un’ulteriore integrazione militare tra Bielorussia e Russia, con Minsk che mostra una capacità crescente di sostenere componenti operative su larga scala e di diventare l’avamposto di Mosca. Osservatori USA e piccoli contingenti dal Sud globale offrono una vernice di trasparenza e consenso utile alla narrativa russo-bielorussa; al tempo stesso, i segnali come Orešnik e gli incidenti aerei comprimono i tempi di reazione, e soprattutto mantengono alta la tensione. Per UE e NATO, il punto critico riguarda la possibile compressione dei tempi di reazione e
l’interoperabilità dei sistemi di comando e controllo; da qui l’esigenza di deterrenza credibile e canali di de-escalation. I precedenti in cui manovre hanno preceduto operazioni reali invitano alla prudenza, ma non consentono inferenze automatiche: il valore analitico sta nel monitorare come e quanto le “lezioni apprese” vengano tradotte in posture permanenti.
Erika Martini





