Passaporti, kolchoz e fori di proiettile di una guerra mai dimenticata. Terza puntata del reportage del nostro inviato Tommaso Bontempi. Qui la seconda parte.
Come accadeva in Unione Sovietica, il passaporto del cittadino transnistriano non serve solo per viaggiare all’estero – anche perché, come già detto, nessuno Stato membro delle Nazioni Unite riconosce formalmente l’indipendenza della repubblica – ma anche per regolare la vita quotidiana all’interno dei confini. È uno strumento di controllo sociale, che lega ogni cittadino a un luogo preciso e consente alle autorità, se necessario, di limitarne la mobilità e controllarne gli spostamenti. Ha la copertina rossa dell’epoca sovietica, lo stemma della repubblica al centro e, al suo interno, in corsivo ordinato, raccoglie una sintesi dettagliata dell’intera vita del titolare: luoghi di residenza, stato civile, numero di figli, percorso scolastico e universitario, servizio militare.
A guardarli, i documenti ufficiali dei cittadini transnistriani, a cominciare dal passaporto, colpiscono per il loro aspetto: cartoncino sottile, pagine ingiallite, scritte a mano, timbri. Ricordano più le vecchie pagelle che un moderno documento d’identità. Sono fragili e si piegano facilmente, ma ogni passaggio della vita di mezzo milione di persone vi viene registrato e conservato con cura.
Identità, istruzione, obbligo di leva
Il passaporto finisce dunque per assomigliare a un vero e proprio curriculum vitae. In quelle paginette si rispecchia lo stesso ordine sociale transnistriano, che, come è facile immaginare, assegna alla scuola e all’università un ruolo fondamentale nella costruzione dell’identità collettiva.
Al centro di questo sistema di pubblica istruzione si trova l’Università statale di Tiraspol’ (intitolata al poeta e scrittore ucraino Taras Ševčenko), la principale istituzione accademica repubblicana. Fondata nel 1930 come Istituto pedagogico statale, è considerata la più antica università “internazionale” della Moldova e oggi accoglie circa 11.000 studenti. L’insegnamento avviene in russo e copre una vasta gamma di discipline: da pedagogia a fisica e matematica, da filologia a medicina, fino a economia, scienze naturali e agraria.
Come specificato sul sito del Ministero dell’Istruzione transnistriano, uno degli obiettivi politici dello Stato, a livello educativo e universitario, è quello di promuovere l’integrazione della repubblica nello spazio scientifico della Federazione Russa. È quindi naturale che molti studenti delle scuole superiori transnistriane scelgano di proseguire il loro percorso accademico in Russia, dove i titoli ottenuti in Transnistria sono generalmente riconosciuti. Non è raro incontrare studenti transnistriani nelle università di Mosca o di San Pietroburgo, i quali, anche se lontani da casa, rivendicano orgogliosamente l’indipendenza della propria repubblica.

La Cattedrale dell’Ascensione del Monastero di Kickany
Naturalmente, anche il servizio militare è riportato sul passaporto. Tutti i ragazzi lo devono svolgere. Chi ce ne ha parlato ne dà una lettura un po’ ingenua, quasi hippie: non è pensato per addestrare all’attacco, ma per imparare a difendere. In Transnistria, dicono, non ci si prepara alla guerra: si impara a servire il proprio Paese giocando a ping-pong. Le principali attività di sicurezza – pattugliamenti, controlli, gestione dei checkpoint – sono infatti affidate alle forze congiunte. Il servizio ha quindi più una funzione sociale che propriamente militare. È un rito di passaggio, che aiuta a costruire un senso patriottico di appartenenza e a rafforzare i legami tra coetanei.
Tutto questo resta però confinato dentro il perimetro della repubblica. Il passaporto della PMR (Pridnestrovskaja Moldavskaja Respublika, nome ufficiale della Transnistria) non ha alcuna validità all’estero. Neppure la Russia, che mantiene un legame strettissimo con Tiraspol’, lo riconosce ufficialmente. Per andare oltreconfine serve un altro documento: quello moldavo. In molti ce l’hanno, ma accettare di “essere costretti” a usarlo resta difficile: la maggior parte dei cittadini transnistriani si sente tutto fuorché moldava.
In teoria, questo problema non si dovrebbe applicare almeno ai viaggi verso l’Abcasia e l’Ossezia del Sud, i quali, riconoscendo la Transnistria, ne accettano i documenti. Nella pratica, però, non esiste alcun collegamento diretto. La PMR non ha un aeroporto internazionale, né accesso al mare. Per raggiungere questi Stati autoproclamatisi indipendenti è quindi comunque necessario valicare altre frontiere, con documenti che devono essere validi e riconosciuti dagli Stati attraversati lungo il tragitto.
Campagna e vita quotidiana
Lasciata Tiraspol’ in direzione sud, la strada si allunga tra campi, macchie di alberi e villaggi ordinati. L’asfalto lascia spazio qua e là alla ghiaia, le case sono basse, i giardini curati. Tutto appare essenziale, povero ma ben tenuto. Nei paesi attraversati, le chiese ortodosse si distinguono per il colore delle cupole e per i cancelli appena verniciati.
La Casa della Cultura di Kickany (Chițcani in rumeno), appartenente al complesso dell’ex kolchoz locale, domina il centro del villaggio. Il kolchoz, una cooperativa agricola sovietica, tra le più grandi della zona, un tempo gestiva un territorio vastissimo: terreni coltivati, officine, stalle, magazzini. Questo era il cuore economico di un’intera comunità, ma anche il suo centro sociale e politico.

La Casa della Cultura di Kickany
Una guardia in uniforme presidia l’ingresso. Arriviamo accompagnati da un autoctono, che si occupa di trattare. Dopo un breve scambio in russo, la guardia accetta qualche rublo per lasciarci entrare, con la raccomandazione di non scattare fotografie. A tutti gli effetti sembra una piccola forma di corruzione; non sono sorpreso. La scena, tuttavia, si conclude in modo inaspettato: all’uscita, la guardia in uniforme ci consegna un biglietto ufficiale del Dipartimento della cultura del distretto di Slobodzeja, compilato a mano con la dicitura “visita guidata” e l’indicazione dell’importo pagato di 26 rubli e 95 copechi.
Forse ero io prevenuto. In un contesto come quello, non mi aspettavo che una contrattazione in piena regola con un ochrannik che pareva uscito direttamente dagli anni Ottanta fosse in realtà una pratica perfettamente legale.
Dentro, la struttura ha conservato intatta la disposizione originaria e gli affreschi che celebrano il lavoro nei campi, il raccolto, l’unione fra contadini e operai. Il teatro centrale, con sedili in legno e palcoscenico decorato, serviva a ospitare assemblee, spettacoli e cerimonie. In verità, l’auditorium è in uso ancora oggi. Durante la nostra visita la sala era addobbata e pulita, pronta a ospitare una rappresentazione di bambini in vista del Giorno della Vittoria.
L’impressione, questa volta per davvero, è quella di essere stati trasportati indietro nel tempo.

La fortezza di Bendery
La memoria della guerra
Rientrare a Bendery significa tornare nel punto in cui la guerra del 1992 ha lasciato il segno più profondo. È stato uno scontro breve ma feroce, che ha definito la linea di separazione tra le due sponde del Dnestr e sancito, una volta per tutte, l’esistenza della repubblica secessionista. Oggi, più di trent’anni dopo, Bendery conserva ancora la traccia di quella frattura.
La fortezza ottomana, costruita nel XVI secolo, sorge in pianura, a poca distanza dal Dnestr. Restaurata di recente, è diventata una delle principali attrazioni della regione, il primo luogo mostrato ai visitatori, una specie di biglietto da visita che la repubblica presenta a chi arriva da fuori. Le mura sono pulite, le torri rimesse a nuovo, i vialetti ordinati, l’erba tagliata alla perfezione. Tutto è organizzato con cura, pensato per accogliere scolaresche e gruppi di turisti. All’interno si tengono visite guidatee piccoli eventi. Tutto è ordinato, spiegato, accessibile. Quasi finto.

Facciata crivellata di proiettili nel centro di Bendery
Poco fuori dal perimetro del sito, la città cambia tono. Non ovunque, ma in diversi punti Bendery conserva ancora le ferite della guerra. Facciate sventrate, finestre murate, muri anneriti e tanti, tanti fori di proiettile. Non è incuria: sono segni mantenuti di proposito, a perenne monito. Tra questi spicca il palazzo della Procura, ancora in uso ma mai restaurato. Sulla facciata, una falce e martello moderna è colpita e scheggiata, ma non distrutta completamente.

Il palazzo della Procura
Quelle ferite, ancora vivide sulle pareti di Bendery, riassumono l’intera storia della Transnistria. Un territorio che ha scelto di vivere nel passato per garantirsi un presente, mantenendo ovunque visibili i segni della guerra per continuare a esistere come comunità distinta.
Tommaso Bontempi





