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Home Energia e Ambiente

Il dilemma baltico dell’Europa

di Redazione
15 Maggio 2026
in Energia e Ambiente, Russia
Tempo di lettura: 6 mins read
Il dilemma baltico dell’Europa

L’attacco al porto di Ust-Luga. Fonte: Reuters

Gli attacchi ucraini ai terminal russi e lo stop alle forniture via Hormuz impongono all’Europa una scelta. Ovvero se inasprire le proprie azioni contro Mosca – con un blocco del Golfo di Finlandia o l’interdizione delle acque danesi che però equivarrebbe a una dichiarazione di guerra – o (ri)trovare canali di dialogo con la Russia, con la scusa della propria sicurezza energetica. La recente svolta di Helsinki appare significativa.

Tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, le Forze di Difesa ucraine hanno intensificato gli attacchi contro le infrastrutture russe legate all’export energetico attraverso i porti del Baltico. Tra il 22 e il 23 marzo, droni ucraini a lungo raggio hanno colpito le infrastrutture di carico del greggio e gli impianti di stoccaggio presso il terminal petrolifero di Transneft di Primorsk, il più grande porto russo di esportazione di greggio lungo la costa baltica; nei giorni successivi, Kiev ha colpito ripetutamente anche il complesso NOVATEK di Ust-Luga.[1] L’impianto, che si occupa di trasformare il condensato di gas stabilizzato in prodotti petroliferi a maggior valore aggiunto – tra cui benzina, cherosene, gasolio – costituisce un’infrastruttura fondamentale di Ust-Luga, maggiore porto russo sul Baltico nonché snodo cruciale per le esportazioni energetiche di Mosca nella regione, tramite navi della cosiddetta flotta ombra. Il Centre for Research on Energy and Clean Air stima che nel 2025 il 47% delle esportazioni russe via mare di greggio e prodotti petroliferi sia partito dai terminali del Baltico, con Primorsk e Ust-Luga che da sole rappresentano rispettivamente il 22% e il 20%.[2]

I danni riportati a marzo alle infrastrutture di Primorsk e Ust-Luga hanno fatto diminuire, certamente, le operazioni di carico dei prodotti petroliferi per l’esportazione, causando per qualche giorno ingenti perdite economiche alle casse di Mosca. Eppure, il sistema energetico russo sembra essersi adattato rapidamente a questa disruption: secondo Reuters, sulla base di fonti del settore industriale e commerciale, ad aprile la Russia è riuscita a mantenere i carichi di greggio ai livelli di marzo, e per maggio sarebbe stato previsto addirittura un aumento delle esportazioni.[3]

Gli attacchi ucraini, insomma, non sembrano aver prodotto – almeno finora – una compromissione strutturale della capacità russa di esportazione di idrocarburi. Ciò che hanno prodotto, invece, è stato l’invio di due segnali distinti. Il primo rivolto a Mosca: il Baltico non può più essere considerato una retrovia sicura. Il secondo, più velato, all’Europa: molte navi appartenenti alla flotta ombra russa salpano proprio da Ust-Luga e Primorsk, rendendo evidente che i traffici di Mosca, lungi dal risentire pesantemente dalle sanzioni, non solo continuano indisturbati, ma lo fanno anche a ridosso delle coste europee.

La petroliera NS Champion, considerata dall’Ufficio statunitense per il controllo dei beni esteri come una delle navi della flotta ombra russa.

La questione, per l’Europa, è abbastanza spinosa. È ormai assodato che, nonostante la progressiva riduzione della dipendenza energetica da Mosca avviata dopo il 2022, molti Paesi europei continuino a importare GNL o prodotti raffinati derivati da greggio di origine russa;[4]  a costituire una ferrea eccezione, per ora, sono i Paesi baltici e la Polonia. Eppure, il transito di navi appartenenti alla flotta ombra nelle acque del Baltico pone un dilemma non indifferente. Da un lato, non intervenire significa accettare che l’export di idrocarburi russi continui, così come l’afflusso economico da esso derivante (che va a contribuire alla resilienza economica di Mosca); dall’altro lato, gli unici interventi capaci di impedire effettivamente alle navi russe in partenza dai porti baltici di commerciare gli idrocarburi russi sono due: un blocco navale diretto nel Golfo di Finlandia e l’interdizione delle petroliere russe nelle acque danesi. Entrambe le opzioni sono difficilmente percorribili.

Nel primo scenario – un blocco navale diretto ai porti russi sul Baltico – l’Europa si troverebbe innanzitutto davanti a un problema giuridico e politico di fondo: un’operazione di questo tipo implicherebbe necessariamente una dichiarazione di guerra. A ciò si aggiungerebbe una criticità operativa: il battlespace in questione – il Golfo di Finlandia – è uno spazio marittimo ristretto e altamente militarizzato, nel quale la Russia gode di importanti capacità di A2AD. Missili antinave a lungo raggio basati a terra, sistemi di difesa costiera, aviazione, mine, sistema di guerra elettronica e piattaforme uncrewed renderebbero le unità europee impegnate nell’interdizione estremamente vulnerabili. La questione, comunque, non sarebbe solamente militare: anche un blocco tatticamente riuscito esporrebbe i porti europei, le rotte marittime e gli assicuratori a una ritorsione prolungata. La Russia non avrebbe bisogno di cercare uno scontro navale diretto; potrebbe invece puntare a una strategia di attrito cumulativo, fatta di sabotaggi sottomarini, minacce missilistiche, cyberattacchi, interferenze GNSS, attacchi con droni, pose di mine. In questo scenario, dunque, le esportazioni energetiche russe sarebbero certamente colpite, ma al prezzo di una forte destabilizzazione delle rotte marittime e della sicurezza economica europea.

Anche la seconda opzione – l’interdizione delle petroliere russe nelle acque danesi – sarebbe decisamente problematica per l’Europa. Una chiusura degli stretti danesi – principale punto di accesso tra il Mar Baltico e il Mare del Nord – equivarrebbe in pratica a una misura di esclusione o di blocco in tempo di guerra, e come tale sarebbe trattata da Mosca: di nuovo, la ritorsione russa non risparmierebbe forme di guerra ibrida, a detrimento dei commerci e della sicurezza europea.[5]

La risposta europea al problema della shadow fleet, insomma, difficilmente potrà basarsi su strumenti coercitivi. Nel Baltico, la strategia europea continuerà ad avere come elementi centrali l’inasprimento delle sanzioni e il rafforzamento dei controlli marittimi. È chiaro, però, che la crescente vulnerabilità dello spazio baltico – esemplificata dai recenti attacchi ucraini – rende necessario preservare canali di comunicazione e meccanismi di gestione del rischio con Mosca, al fine di evitare pericolose escalation del conflitto.

Tale prudenza è legata anche all’attuale contesto energetico internazionale: le tensioni nello Stretto di Hormuz e il rischio di interruzione delle forniture provenienti dal Golfo hanno riportato sotto i riflettori la questione della sicurezza energetica europea. La crescente instabilità delle rotte commerciali e la relativa volatilità dei mercati rende dirimente avere accesso ad approvvigionamenti energetici stabili, nonché di margini di flessibilità nelle forniture, un aspetto che limita la possibilità di adottare posture eccessivamente assertive nel Baltico.

In questo contesto, appaiono significative le recenti dichiarazioni del presidente finlandese Stubb circa la necessità, nel lungo termine, di mantenere canali di dialogo diretti fra Europa e Russia, evitando un’eccessiva dipendenza dagli USA.[6] Pur non riguardando espressamente la questione energetica, questo segnale di apertura assume un valore politico non indifferente, provenendo da uno degli attori europei più tradizionalmente ostili a Mosca dopo il 2022.

Ad ogni modo, appare sempre più evidente che il Baltico sta diventando un fronte bollente del conflitto russo-ucraino: crocevia di svariati interessi – tra tutti, la sopravvivenza economica russa e la sicurezza energetica europea – e dunque spazio di vulnerabilità reciproca.

Isabella Chiara


[1] Ministry of Defence of Ukraine, “Disrupting Russian oil exports along the Baltic Sea coast: impact and consequences of strikes in the Leningrad Oblast”, 30/03/2026, https://mod.gov.ua/en/news/disrupting-russian-oil-exports-along-the-baltic-sea-coast-impact-and-consequences-of-strikes-in-the-leningrad-oblast

[2] Luke Wickenden, “March 2026: Monthly analysis of Russian fossil fuel exports amd sanctions”, Center for Research on Energy and Clean Air,13/04/2026, https://energyandcleanair.org/march-2026-monthly-analysis-of-russian-fossil-fuel-exports-and-sanctions/

[3] Reuters, “Russian oil exports steady in April despite attacks, may rise in May, sources say”, 29/04/2026, https://www.reuters.com/business/energy/russian-oil-exports-steady-april-despite-attacks-may-rise-may-sources-say-2026-04-29/

[4] Euractiv, “EU imports of Russian gas highest since Ukraine invasion: report”, 13/05/2026, https://www.euractiv.com/news/eu-imports-of-russian-gas-highest-since-ukraine-invasion-report/

[5] Delwin, “Why Europe Has not Blockaded Russia’s Baltic Oil Exports”, Substack, 25/04/2026, https://substack.com/@delwinstrategy/p-195402369

[6] Kyiv Post, “Finland urges Direct Europe-Russia talks”, 11/05/2016, https://www.kyivpost.com/post/75900

Tags: DanimarcaEuropaFinlandiaMar BalticoRussia
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