Il vertice di Anchorage tra Putin e Trump ha un fortissimo impatto simbolico anche se non è il ritorno al mondo bipolare sognato dai russi. Il Cremlino per adesso vince, in attesa di convincere la Cina delle sue mosse. Per l’Ucraina ora la strada è in salita.
Cominciamo con una (non) notizia, capace di stupire solo i più ferventi adepti del MAGA o chi l’Ucraina la guarda col binocolo, ammesso di saperla individuare sulle mappe: la guerra non finisce. Finisce, semmai, la retorica di un conflitto risanabile in 24 ore, non è chiaro se per genialità dei mediatori o per estrema semplicità della situazione sul campo, ignorata per dolo o dabbenaggine dalla precedente amministrazione statunitense. L’assurdità di una simile pretesa era evidente da un pezzo. Ma otto mesi al potere sono ormai più che sufficienti per riporre la nota dichiarazione di Trump nel cassetto delle più eccentriche dichiarazioni elettorali.
Col vertice di Anchorage non si arriva nemmeno all’auspicato cessate il fuoco tra Mosca e Kiev, e questa è già un po’ più una notizia. Non tanto per le minacce a vuoto di Trump, mai prese sul serio dalla controparte russa, quanto per la credibilità dello stesso leader statunitense che non ha certo voluto imbastire un incontro di tale portata in cambio di nulla. Insomma, Trump sperava di raccattare qualche pepita e di rivenderla come la scoperta di un giacimento aurifero. Ma l’Alaska non è più quella dei tempi della corsa all’oro, e il tycoon è rimasto con un pugno di mosche in mano.
Neanche il mancato raggiungimento di una tregua deve stupire, in fondo. Com’è noto, gli incontri tra i leader raramente sfociano in decisioni significative che non siano state già concordate dalle rispettive diplomazie, e il tempo di preparazione del summit di Anchorage (circa una settimana) era troppo ristretto per un obiettivo così ambizioso. Naturalmente, ciò non sposta di un millimetro la portata storica dell’evento, che va a braccetto con il suo valore simbolico: si tratta dei primi passi di Putin nel continente americano dopo dieci anni (New York 2015, in sede di Nazioni Unite), del primo incontro pubblico con Trump dal 2018 (Helsinki), e con un presidente statunitense dal 2021 (allora fu Biden). Sulla scelta dell’Alaska, poi, si è già detto moltissimo: il 49esimo Stato americano è appartenuto agli zar fino al 1867, ed è la prima volta in assoluto che un leader russo vi mette piede – anche tenendo conto della già citata parentesi storica di dominio imperiale. A completare il quadro, la scelta di una base militare come sede del vertice, l’esibizione con sorvolo degli F-22 e B-2 statunitensi e la scorta all’aereo presidenziale – con immagini rilanciate pure dal Cremlino. Scambi simbolici tra due potenze che si riconoscono come tali.
E sta qui la vera notizia del vertice di Anchorage: la Russia torna ad avere una considerazione di primo piano nelle equazioni statunitensi, e senza alcuna remora formale. Sembra chiudersi dunque una lunga e sofferta parabola, avviata negli anni Novanta con Bill Clinton e giunta nel suo punto più critico, almeno a livello d’immagine, con le arcinote dichiarazioni del 2014 di Barack Obama sulla valenza regionale della potenza russa. In realtà, lo stesso avvio della guerra d’Ucraina aveva cambiato la percezione dei ranghi globali, ma la scelta di supportare la resistenza ucraina obbligava Washington a tenere sotto traccia le proprie intese con Mosca – facendole riemergere solo in pochissime occasioni, come a seguito del tentato golpe di Prigožin. Adesso anche questi antichi pudori sono svaniti, e gli Stati Uniti di Trump non ritengono più necessario fingere di onorare il diritto internazionale nel perseguire i propri scopi – con tanti cari saluti alla Corte Penale Internazionale, già non riconosciuta da Stati Uniti e Russia (tra gli altri) e oggi sempre più d’intralcio per i rispettivi piani.
Vittoria di Putin? Sì, senza alcun timore di smentita: il presidente russo ha da sempre messo il riconoscimento statunitense del rango primario di Mosca in cima alla propria agenda. Attenzione però ai paragoni con Jalta o con la Guerra fredda, che con troppa facilità stanno emergendo nelle analisi di queste ore. La Russia è riuscita a ottenere la considerazione che sente di aver dovuta, ma è ovviamente ben lontana dalla quota di potere globale che aveva raggiunto 80 anni fa, al culmine della sua influenza. E questo nonostante l’attuale guerra in Ucraina non sia nemmeno paragonabile allo sforzo bellico della Grande guerra patriottica, che aveva prostrato Mosca prima di portarla al tavolo delle potenze vincitrici.
A incombere oggi è la Cina. Per un giorno Mosca e Washington hanno pubblicamente fatto finta che non esistesse, per la gioia dei nostalgici del mondo bipolare. Possiamo tuttavia star certi che Pechino sia emersa più volte nei colloqui riservati tra i due presidenti, in modo esplicito o implicito. Altro che convitato di pietra: dalla Cina in vari modi dipende il futuro della Russia (che, temendola, non ha mai voluto rompere del tutto con l’Occidente) e naturalmente degli stessi Stati Uniti, ossessionati dalla scadenza del proprio primato globale. C’è di più: per il Cremlino si apre oggi una delicatissima fase, in cui dovrà conciliare la propria rivalità con l’America (utilissima per la Repubblica Popolare, che non vuole essere circondata) con le esigenze di riavvicinamento all’Occidente tutto, Europa in qualche modo compresa, secondo uno schema che per ovvie ragioni tattiche risulterà indigesto a Pechino. Impossibile per Mosca pensare a un’alleanza monolitica, e paritaria, con un vicino storicamente difficile e di parecchie taglie economiche e demografiche superiore – per di più confinante in un’area geografica in cui tali rapporti sono ancor più sbilanciati. Qualcuno prima o poi presenterà a Putin il conto, chiedendogli di decidere da che parte stare.
Intanto il presidente russo si gode il momento favorevole. Senza perdere il sorriso si è prestato a uno dei giochi preferiti di Trump, affermando che non avrebbe invaso l’Ucraina se il tycoon fosse rimasto presidente dopo le elezioni del 2020 – poco importa che una simile affermazione sia in aperta contraddizione con la stessa narrazione russa, ferma nel denunciare le cause di lunga durata dell’insicurezza di Mosca in Europa orientale. Non convincerà forse la giuria di Oslo, in attesa di determinare il vincitore del prossimo Nobel per la Pace, ma è una sicura captatio benevolentiae per il vanitoso presidente americano, che adesso si accinge a ospitare Zelens’kyj con tutt’altro spirito. Il leader ucraino, va da sé, non viene nemmeno una volta nominato (pubblicamente s’intende) durante il vertice. L’Unione Sovietica invece sì, grazie alla maglietta di Lavrov che ha già scatenato i commentatori di tutto il mondo. Un’altra simbolica vittoria russa in terra americana.
Pietro Figuera





