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Home Geopolitica

Gli Stati Uniti avanzano nel Caucaso

di Redazione
12 Febbraio 2026
in Caucaso, Geopolitica
Tempo di lettura: 9 mins read
Gli Stati Uniti avanzano nel Caucaso

La firma della dichiarazione di Washington tra Armenia e Azerbaigian ha segnato un passaggio cruciale nel Caucaso meridionale, introducendo un modello di pacificazione fondato su infrastrutture e incentivi economici. Attraverso il corridoio “TRIPP”, gli Stati Uniti sperimentano una diplomazia transazionale che ridisegna equilibri regionali, marginalizza attori storici e intreccia stabilità politica e connettività strategica.

L’8 agosto il presidente azero Ilham Aliyev e il primo ministro armeno Nikol Pašinjan hanno firmato, sotto la mediazione di Donald Trump, la cosiddetta dichiarazione di Washington, ponendo le basi per una normalizzazione dei rapporti tra Armenia e Azerbaigian dopo oltre trent’anni di conflitti in Nagorno-Karabakh. L’elemento centrale su cui sembrerebbe articolarsi l’intesa è il corridoio TRIPP: un asse di transito che collegherà l’Azerbaigian alla sua exclave Nachčivan attraverso la regione armena di Sjunik, che corrisponde quasi interamente alla regione storica e geografica dello Zangezur. In sostanza, il TRIPP è il simbolo di un nuovo approccio americano per la risoluzione dei cosiddetti colli di bottiglia diplomatici. La costruzione di infrastrutture come strumento di pacificazione, un modello che unisce economia e geopolitica, qualifica gli Stati Uniti come un garante indiretto e flessibile del processo di pace e della cooperazione economica, in quanto dall’equazione vengono obliterati valori e obblighi. Sebbene la dichiarazione di Washington non sia giuridicamente vincolante e abbia solo confermato termini già concordati dai due Stati caucasici all’inizio del 2025 (i quali ad oggi restano ancora soltanto parzialmente adempiuti), essa ha un peso politico significativo, almeno finché Washington rimarrà coinvolta nel processo.

Attraverso mezzi commerciali questo piano verso la pace a trazione americana ha il potenziale di sbloccare la regione e scongiurare ulteriori ostilità.[1] Alcuni progressi verso la normalizzazione sono già ravvisabili: Baku ha revocato il divieto di transito verso Erevan e l’Armenia ha permesso il transito verso la Turchia attraverso il suo territorio, entrambi i Paesi inoltre hanno effettuato voli attraversando i rispettivi spazi aerei.[2]

Dal punto di vista degli equilibri di forza, l’accordo conferisce a Baku la statura di potenza regionale dominante, in quanto, grazie ai nuovi diritti di transito, ne riduce la dipendenza dall’Iran. Mentre per Erevan, in posizione di maggior debolezza negoziale, esso rappresenta una sorta di garanzia di sicurezza grazie alle misure di rafforzamento della fiducia e alle disposizioni sulla sicurezza reciproca che prevede, le quali sono rafforzate inoltre dalla presenza fisica di un’entità commerciale statunitense sul territorio armeno. Infine, l’accordo ha posto le condizioni per una normalizzazione delle relazioni turco-armene, a cui segue una riduzione della dipendenza strategica da Mosca.[3]

Le reazioni di Cina, Russia e Iran

Nel frattempo, la posizione della Cina nella connettività eurasiatica non sembra vacillare, con Armenia e Azerbaigian che accolgono gli inviti di Pechino a promuovere la cooperazione nella regione e cercano di assicurarsi l’accesso al mercato e agli investimenti cinesi. Entrambi i Paesi del Caucaso intendono infatti consolidare la propria presenza sul Corridoio di Mezzo e su altri flussi commerciali che uniscono Cina ed Europa. Tuttavia, a differenza dell’Azerbaigian che, avvantaggiato dalle risorse energetiche, può permettersi di perseguire politiche indipendenti con attori geopolitici eterogenei, la partnership sino-armena si articola in un contesto di maggiore incertezza. Erevan, infatti, si trova a voler uscire dall’orbita russa senza però poter pienamente scommettere sul sostegno degli Stati Uniti, in quanto le garanzie sul TRIPP devono ancora essere concretizzate da parte di Washington.

Il colpo più forte inferto dall’accordo TRIPP riguarda forse la Russia, in quanto mette in risalto l’assenza di Mosca nello sviluppo dei negoziati di pace del Caucaso e segnala il declino dell’egemonia russa in una delle sue sfere d’influenza storiche. A riprova di ciò, la dichiarazione di Washington non riserva a Mosca nessun ruolo di mediazione residuo né alcuna cortesia diplomatica che ne riconosca l’autorità regionale. Anni fa una simile esclusione sarebbe stata impensabile. Per il momento, la risposta di Mosca è stata esitante: in netto contrasto con le forti critiche provenienti dall’Iran, e indicativa del fatto che il Cremlino potrebbe essere in attesa di valutare gli sviluppi della guerra in Ucraina e delle sue relazioni con Washington prima di agire. Per quanto riguarda il futuro, Mosca potrebbe cercare di ostacolare la riuscita dell’accordo sfruttando la propria influenza economica e politica per destabilizzare Pašinjan dall’interno, oppure tentare di trarne profitto indirettamente tramite, ad esempio, il controllo delle ferrovie armene. Ciononostante, resta il fatto che la Russia sia stata esclusa dall’iniziativa di pace più importante degli ultimi decenni nel Caucaso meridionale, denotando una crescente perdita di influenza regionale della quale l’unica eccezione sembra essere la Georgia.[4]

Infine, per l’Iran e per la Russia la presenza statunitense nella regione, seppur per fini esclusivamente commerciali in quanto nessuna forza americana verrà schierata lungo il TRIPP, rappresenta un ostacolo sulla fondamentale rotta terrestre nord-sud che collega Mosca e Delhi tramite Teheran. Il Paese terzo che beneficerà maggiormente di questo riassetto regionale è la Turchia, per la quale la nuova rotta aprirebbe un secondo collegamento terrestre con il Mar Caspio e l’Asia centrale, ancora una volta depotenziando il ruolo intermediario dell’Iran.[5] La Dichiarazione di Washington, dunque, riduce l’influenza di Teheran su Baku e conferisce vantaggio ad Ankara nella lunga competizione per l’influenza regionale che contrappone le due potenze. Con un solo accordo gli Stati Uniti avrebbero quindi ottenuto di spodestare la Russia dal ruolo di principale mediatore nel Caucaso, aggiudicandosi il controllo della stabilità politica e aprendosi un avamposto chiave verso il Mar Caspio, che permetterebbe di sorvegliare da vicino un indebolito Iran.[6]

Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP). Fonte: Center for European Policy Analysis via Cepa.org

L’altra faccia degli accordi

La politica adottata da Trump sembra caratterizzata anche da una tendenza in decisa opposizione al multilateralismo, passando attraverso la deistituzionalizzazione, l’unilateralismo personalizzato e la commercializzazione delle operazioni di pace. Effetti collaterali piuttosto evidenti di questa presa di posizione sono la marginalizzazione di democrazia e diritti umani, che in questo modo cessano di essere condizioni necessarie per favorire accordi duraturi e giusti. Tuttavia, non è una direzione nuova quella intrapresa dal presidente americano. Quadri multilaterali che offrono una visione alternativa all’ordine liberale hanno acquisito popolarità già da tempo, con esempi lampanti quali la SCO e BRICS, che hanno guadagnato sempre più attrattiva, come si osserva sia in Asia centrale che nel Caucaso meridionale. Il fascino che essi esercitano risiede nella natura orientata agli interessi e non vincolante che vantano, priva di qualsiasi valore condiviso, a eccezione dell’astensione dall’intervento negli affari interni altrui e del rispetto di ogni forma di governo, dittature incluse.[7]

Anche la fiducia nelle istituzioni quale mezzo per garantire stabilità viene a mancare, come dimostra l’unanime decisione di Armenia e Azerbaigian di porre fine al gruppo di Minsk. Accusato di mancata neutralità e di non aver prodotto risultati, il gruppo nato sotto l’egida dell’OSCE è stato sciolto dopo tre decenni dalla sua creazione. Trump così si fa promotore di una dinamica negoziale che anziché perseguire la pace attraverso trattative prolungate in un quadro multilaterale, preferisce accordi transazionali che incarnano una nuova logica di potere e ricompensa, volta a ottenere vantaggi politici immediati. Eppure, nel lungo termine, l’assenza di un sostegno istituzionale e la mancanza di meccanismi di attuazione definiti potrebbero diventare ostacoli importanti all’attuazione di accordi come il TRIPP, in quanto espongono la vulnerabilità di una pace fondata su potere, profitto e personalità anziché su regole condivise e istituzioni, per quanto fallaci.[8]

La visione statunitense

Considerati nel loro insieme, i tre accordi non sono episodi isolati ma componenti di un disegno coerente e presentano una conformazione piuttosto simile, in cui la politica è fortemente intrecciata agli incentivi economici. Risulta chiaro che l’amministrazione USA stia mettendo in campo grandi risorse politiche e diplomatiche per tornare a giocare un ruolo di primo piano in quella parte di mondo che negli ultimi decenni era finita in secondo piano rispetto a Medio ed Estremo Oriente. Il progetto americano mira, dunque, a creare interdipendenza economica con i partner centro asiatici e caucasici. Come? Bilanciando la geografia del potere in Eurasia, spostando l’asse dei transiti fuori dalla sfera russa e iraniana, alzando la competizione con i concorrenti cinesi, sostenendo la manifattura interna statunitense, legando l’export industriale (Boeing, Wabtec, ingegneria infrastrutturale) a obiettivi di politica estera. Gli Stati Uniti tornano così a essere potenza, ma questa volta di tipo infrastrutturale: un ruolo simile a quello svolto nel dopoguerra, quando la ricostruzione europea e asiatica fu veicolo di influenza politica. L’America costruisce, finanzia e connette – questa volta non per contrastare il comunismo, ma per contenere la penetrazione cinese e russa nello spazio eurasiatico, e i suoi investitori si fanno garanti commerciali di pace in un approccio alla geopolitica in cui gli affari contano più dei confini.

L’ambizione è grande, ma la realtà resta complessa. Le sfide principali riguardano la governance locale (trasparenza, efficienza, capacità amministrativa) e le resistenze geopolitiche. La Russia, marginalizzata, può reagire con i soli strumenti economici rimasti (difficilmente tramite reazioni militari), la Cina, che attraverso la Belt and Road Initiative ha investito miliardi nella regione, difficilmente resterà spettatrice. Nel Caucaso, la fragile tregua tra Armenia e Azerbaigian resta soggetta a incidenti di confine e instabilità politica interna.[9] Infine, permane un rischio strutturale: che questi accordi restino grandi narrazioni senza piena realizzazione. I tempi tecnici, gli ostacoli burocratici e i limiti finanziari possono rallentare la messa in opera, trasformando un disegno geopolitico ambizioso in un processo frammentario. Il rischio di costruire cattedrali nel deserto resta elevato. Gli scenari futuri possono essere di tre tipi: nella prospettiva ottimistica, i corridoi e le infrastrutture entrano in funzione, generando crescita regionale e consolidando la stabilità. L’Eurasia si trasforma in uno spazio integrato di cooperazione economica sotto influenza americana. In uno scenario cauto, i progetti avanzano lentamente, le resistenze politiche e geopolitiche ne riducono la portata, e l’impatto rimane limitato. Nel caso critico, le tensioni tra Russia, Iran e Stati Uniti possono bloccare o sabotare gli accordi, a cui contribuirebbe anche la stabile presenza cinese, riportando l’area a una nuova frammentazione.

I recenti accordi di Taškent, Nur-Sultan e Washington non sono soltanto affari commerciali, ma rappresentano una nuova grammatica della potenza americana. Dopo decenni di interventismo militare, gli Stati Uniti riscoprono l’efficacia del potere economico, infrastrutturale e simbolico. La capacità di Washington di sostenere il progresso che promette dipenderà tuttavia da diplomazia e investimenti coerenti, dal ripristino della sua credibilità tra i partner regionali coinvolti e dalla creazione di incentivi economici tangibili che dimostrino l’impegno statunitense a lungo termine.[10]

Francesco Federici e Paola Ticozzi


[1] https://www.reuters.com/world/us-secures-strategic-transit-corridor-armenia-azerbaijan-peace-deal-2025-08-07/

[2] https://www.justsecurity.org/125271/us-counter-china-russia-south-caucasus-central-asia/

[3] https://politicsgeo.com/from-multilateralism-to-transactional-peace-how-tripp-is-redefining-the-south-caucasus/

[4] https://politicsgeo.com/from-multilateralism-to-transactional-peace-how-tripp-is-redefining-the-south-caucasus/

[5] https://cepa.org/article/trumps-road-tripp-delivers-a-peace-deal/

[6] https://www.asianews.it/notizie-it/Limportanza-del-‘Corridoio-di-Trump’-per-lAsia-centrale-64040.html

[7] https://politicsgeo.com/from-multilateralism-to-transactional-peace-how-tripp-is-redefining-the-south-caucasus/

[8] https://politicsgeo.com/from-multilateralism-to-transactional-peace-how-tripp-is-redefining-the-south-caucasus/

[9] https://www.lemonde.fr/international/article/2025/09/03/malgre-les-annonces-d-accord-de-paix-entre-l-armenie-et-l-azerbaidjan-tout-reste-a-faire_6638734_3210.html?utm_source=chatgpt.com

[10] https://www.justsecurity.org/125271/us-counter-china-russia-south-caucasus-central-asia/

Tags: ArmeniaAzerbaigianRussiaStati Uniti
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