Gli Stati Uniti sembrano voler invertire rotta nelle proprie politiche verso la Bielorussia, consci che l’attrito non paga. Ucraini, polacchi e baltici si oppongono, la Russia (per ora) sta a guardare. Cosa si sta muovendo nel quadrante più delicato del fronte Est della Nato.
L’episodio più clamoroso, almeno a giudicare con gli standard dei media, è stato quello del giugno scorso, quando l’ex generale Keith Kellogg, inviato speciale della Casa Bianca per l’Ucraina (e per molte altre cose) ha incontrato Aleksandr Lukashenko a Minsk. Subito dopo le autorità bielorusse hanno liberato Sergei Tikhanovski, il più famoso tra i rappresentanti dell’opposizione, arrestato nel maggio 2020 subito dopo essersi candidato alle elezioni presidenziali, e con lui altri 13 prigionieri politici, tutti estradati verso la Lituania. E pochi giorni dopo, in coda ad altri incontri con John Coale (78 anni, un altro degli avvocati che Trump ha trasformato in ambasciatori personali), ecco la liberazione di altri 52 prigionieri.
Ma tra gli Usa di Donald Trump e la Bielorussia è da tempo in corso uno scambio di ammiccamenti e segnali. Per esempio gli auguri dei Trump (sì, Melania compresa) per i 71 anni compiuti da Lukashenko il 30 agosto, con un messaggio che varrà qui la pena di riprodurre: “Egregio signor Lukashenko, Melania si unisce a me nell’inviare i migliori auguri in occasione del Suo compleanno. Siamo particolarmente lieti di celebrare il notevole successo della tennista bielorussa Arina Sobolenko al torneo US Open di New York. La sua vittoria è stata motivo di orgoglio per i suoi connazionali, e sappiamo che Lei deve essere fiero dei suoi risultati. Con la speranza per l’anno a venire, preghiamo per la Sua salute e il Suo benessere, nonché per ulteriori progressi nel raggiungimento dei nostri obiettivi comuni a nome dei popoli degli Stati Uniti e della Bielorussia. Cordiali saluti. Donald“.
O, altro esempio, le “cortesie per gli ospiti” bielorusse in occasione dell’esercitazione militare congiunta Russia-Bielorussia denominata “Zapad-2025”, quando il ministro della Difesa bielorusso Viktor Khrenin ha accolto una delegazione americana dicendo: “Potete osservare qualsiasi cosa vi interessi”. Esercitazione del settembre scorso, in cui sono state presentate armi russe come il missile ipersonico Zircon e i bombardieri Su-34.
Per finire con l’ultimo e più misterioso capitolo, poche settimane fa, allorché Lukashenko ha dichiarato all’agenzia di stampa bielorussa BelTA, a sua volta subito ripresa dalla TASS russa, che il governo di Minsk è «pronto a un grande accordo, globale» con gli Stati Uniti. Aggiungendo: «Aspetteremo le loro proposte su un grande accordo, globale, come a loro piace chiamarlo. Siamo pronti. Siamo pronti a concludere un accordo importante con loro. Loro hanno le loro domande, richieste e pretese, e noi abbiamo le nostre. Risolviamo la questione. Noi siamo pronti… Considero le proposte di Donald Trump per quello che sono. Ma anche i nostri interessi devono essere presi in considerazione. Tutto deve essere onesto, proprio come abbiamo concordato con gli americani tempo fa». Il riferimento dell’autocrate bielorusso va probabilmente alle telefonate con Trump di cui si è avuta notizia, compresa quella intercorsa appena prima dell’incontro in Alaska tra Putin e lo stesso Trump. Apertura agli Usa che ha portato con sé, come si poteva prevedere, anche qualche iniziale abboccamento tra la diplomazia bielorussa e quella Ue.
Tutto questo traffichìo, inimmaginabile anche solo qualche tempo fa, può essere scrutinato secondo diversi punti di vista. Che cosa può volere, o per meglio dire sperare, la Bielorussia dagli Stati Uniti? Da Washington è già arrivata una mezza promessa di riaprire l’ambasciata a Minsk, chiusa nel 2002, passo che aprirebbe la porta a una ripresa ufficiale delle relazioni. Questa disponibilità fa sperare a Lukashenko e soci in un allentamento delle sanzioni, a partire da quanto pattuito in occasione della liberazione dei prigionieri politici: il permesso di acquistare parti di ricambio per i Boeing della flotta bielorussa Belavia, tagliata fuori dai rifornimenti nel 2021 dopo il dirottamento da parte dei jet militari bielorussi del volo RyanAir FR4978.
E gli Stati Uniti? Teoricamente il progetto di Washington potrebbe essere, proprio allentando un poco la pressione, quello di inserire un cuneo politico tra Minsk e Mosca, aprire una crepa in quello Stato dell’Unione che ha sancito nel 1999 l’alleanza tra Russia e Bielorussia e ha dato frutti importanti dal punto di vista militare (compresa la disponibilità bielorussa ad accogliere sul proprio territorio testate nucleari russe), ma che per tutto il resto Lukashenko ha gestito mettendo la massima cura nel cedere il minimo possibile di autonomia.
Detto che, ovviamente, alla Bielorussia può comunque interessare lenire i rapporti con il gigante americano, e che agli Stati Uniti può comunque interessare allungare qualche antenna nel Paese oggi forse più “vicino” alla Russia, si ha la sensazione che il senso profondo di questo balletto diplomatico stia altrove. E stia in ciò che profondamente irrita, per usare un eufemismo, il governo dell’Ucraina.
In primo luogo, è chiaro che Lukashenko e la Bielorussia fanno da cassetta postale per le comunicazioni tra Russia e Stati Uniti che, come le improvvise e inattese telefonate tra Trump e Putin dimostrano, non si sono mai interrotte, nemmeno nei momenti di maggiore contrasto. Lo stesso Kellogg, in occasione della già citata visita a Minsk, nello stile spicciativo degli avvocati-ambasciatori di Trump, aveva detto: «Non siamo sicuri di cosa dica, ma sappiamo che Lukashenko parla con Putin. Quello che abbiamo fatto è stato stabilire un rapporto per garantire che le linee di comunicazione fossero aperte, così da poter garantire che tutti i nostri messaggi venissero trasmessi al presidente Putin». È piuttosto evidente che al presidente Zelens’kyj piacerebbe un’amministrazione Usa più concentrata a rifornire l’Ucraina di missili Tomahawk e meno intenta a perseguire una trattativa con la Russia in cui gli ucraini (e gli europei) non credono.
Soprattutto perché dietro questa disponibilità al negoziato, pur nella formula “la pace attraverso la forza”, gli ucraini vedono una tendenza dell’amministrazione Trump a rovesciare l’atteggiamento che fu di Joe Biden e, in sostanza, anche dei suoi diretti predecessori. Ovvero, considerare la Bielorussia poco più (o addirittura poco meno) di un’appendice della Russia, e da trattare quindi più o meno allo stesso modo, cercando di forzarla a scegliere tra la fedeltà a Mosca o un riavvicinamento all’Occidente. Politica che è stata ovviamente confermata nel momento in cui la Bielorussia, nel febbraio del 2022, si è prestata a collaborare alla spedizione militare decisa dal Cremlino.
Tuttavia molti, anche tra gli analisti politici americani, cominciano a obiettare. Chiedono di accettare il fatto che l’ultimatum “o con noi o con Mosca” ha prodotto solo una più intensa collaborazione militare con la Russia, quindi di registrare il sostanziale insuccesso di quell’approccio e di analizzare meglio l’importanza di una relazione più dialettica con un Paese come la Bielorussia, sistemato in una posizione strategica centrale nel delicatissimo fronte Est della Nato. Fronte che, a dispetto delle dichiarazioni di Trump e delle decisioni del Pentagono, non potrà essere sguarnito più di tanto delle truppe che ora lo presidiano.
Alla base di questa riflessione c’è un’analisi diversa della politica di Minsk e addirittura della natura della stessa Bielorussia. In altre parole, si dovrebbe porre l’accento proprio su quella vocazione a mantenere un’accorta autonomia da Mosca che già prima dicevamo tipica di Lukashenko e a considerare la Bielorussia non come un Paese da strappare all’influenza russa o da punire ma piuttosto come un Paese multivettoriale, interessato (e capace) di gestire un rapporto equilibrato sia con la Russia, anche per le inevitabili costrizioni imposte dalla geografia, sia con l’Occidente. Insomma, secondo questo punto vista bisognerebbe trattare la Bielorussia come i Paesi dell’Asia Centrale, i vari Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Turkmenistan che, a livelli e con modalità diverse, non hanno certo rotto le relazioni con la Russia ma si sono permessi aperture più che significative nei confronti della Ue e degli Usa. E che infatti nei giorni scorsi hanno visto riconosciuto questo nuovo equilibrio con una visita collettiva alla Casa Bianca.
Inutile dire che gli ucraini non possono perdonare quella che considerano la pugnalata alle spalle dei bielorussi al momento dell’invasione russa. E dunque non si fidano di questo potenziale cambio di paradigma. Tutto ciò che non è noi (l’Ucraina, la Ue e gli Usa) contro la Russia e i suoi amici è inaccettabile. Il problema però non sta solo nell’Ucraina ma anche e soprattutto nella Polonia e nei Baltici. Una distensione tra gli Usa e la Bielorussia, oltre a implicare un potenziale miglioramento dei rapporti anche con la Russia, comporterebbe un inevitabile ridimensionamento del peso strategico di quei Paesi, che oggi sono la punta di diamante non solo del fronte-antirusso ma anche dei nuovi equilibri interni all’Unione Europea, in cui i Paesi fondatori hanno perso peso e influenza rispetto a quelli di più recente adesione e ai Nordici.
Toccherà quindi tenere d’occhio Lukashenko, assai più astuto e manovriero di quanto il suo aspetto da vecchio satrapo faccia spesso supporre, e Trump, assai meno erratico di quanto gli umori facciano credere. Da quelle parti c’è movimento, vedremo che direzione prenderà.
Fulvio Scaglione





